domenica 22 febbraio 2009

L'amore ideale

sabrinamanca

Ho sempre avuto dei problemi con l'innamoramento e sono andati peggiorando con il tempo.
Incontrare un uomo e nel giro di pochi giorni avere le farfalle nello stomaco, come dicono gli inglesi, pensare continuamente a lui, bearsi di pronunciare il suo nome, raccontare alle amiche episodi insignificanti che per noi hanno un sapore d'eternità. Tutto questo è successo anche a me. Ma.
Mi son sempre detta infatti, io questo mica lo conosco (preciso: non sono una di quelle convinte di saper leggere nel pensiero e di poter comunicare con gli sguardi) e allora, di chi diavolo sono innamorata?
La mia conclusione è stata: sono di nuovo a caccia dell'amore ideale.

Per intenderci meglio esiste un"ideale" per le più disparate categorie, dal figlio al genitore, dall'amico al collega, poi ci sono le vacanze, il luogo di lavoro, la religione, l'uomo politico e via discorrendo.
Ma come nasce questo ideale? Immagino che per ognuno di noi esista un percorso diverso, generatosi in un primo tempo attraverso i trascorsi familiari e modificatosi, spesso uniformandosi alla cultura imperante.
L'ideale è quindi una sorta di ingranaggio perconfezionato nel quale tentiamo di infilare dei pezzi che, regolarmente, inesorabilmente, non combaciano.
Più che rassegnarci ad abbandonare "l'ideale" come Adamo ed Eva il paradiso, mi sembra invece interessante andare ad osservare i nostri ingranaggi e vedere come sono stati costruiti.
Ad esempio: la nostra relazione ideale è una simbiosi nella quale i due individui si fondono per formare un'entità sola, con diverse protuberanze e rientranze, ben inteso, ma pur sempre un amalgama in cui le identità singole sono svanite per sempre? Da che cosa origina il desiderio di fusione?
Oppure il nostro uomo ideale è decisamente un maschio, non si mette la crema sul viso, non lava la biancheria, non è vanitoso.
Ci sono infinite combinazioni di cui i nostri "ideali" si compongono e ciascuno di noi in queste stanze puo' riflettere sui propri.
Sentire lo stridere fra "l'ideale" è la realtà è più facile di quanto non sembri. Ogni volta infatti che in una relazione, o una persona, c'è qualcosa che ci infastidisce o ci pare ridicola, ingiusta, si potrebbe trattare di uno scontro fra le due entità. Ma anche una buona occasione di tirar fuori il nostro modulo CID.

Il passo successivo è porsi una domanda trasgressiva: affidarsi al proprio ideale è cosa buona e giusta? Ossia, è possibile che il nostro "ideale" sia costruito su una bugia?
E ancora: "l'ideale" è necessario, è utile?

Smontare i pezzi di un"ideale" è cosa davvero dura.
Si deve andare indietro nel tempo, ricostruire le relazioni familiari, il ruolo di ognuno e le relazioni incrociate. E' dura anche e soprattutto perché metterlo da parte significa lanciarsi nel vuoto, perdere la bussola che forse ci indicava la direzione sbagliata, ma almeno ci dava la sensazione di sapere dove stavamo andando.

Ma perché dunque rinunciare a questo "ideale" mi direte voi.
La mia risposta, la risposta di una che ha continuamente in mano gli ingranaggi e non sa come sistemarli, è che "l'ideale", proprio perché ciascuno ha il suo, non ha alcun vantaggio, al contrario ci impedisce di comprendere, profondamente, quanto ciascuno di noi è differente, e quanta di questa differenza puo' essere benefica per noi.
Per terminare questa elucubrazione di primo mattino racconto un episodio che ha cambiato la mia vita.
Sino a vent'anni avevo un modello d'amicizia ideale. Una persona vivace, brillante, acuta, ma non invadente, non affettuosa. Non avevo mai sopportato, infatti, quella che definivo "adorazione" ma che in effetti era semplicemente ammirazione o affetto nello sguardo di un'amica.
La ragazza che incontrai al primo anno di università mi si attacco' invece senza "pudore". Ci teneva a me e voleva farmelo sapere.
Piu' io la respingevo e piu' si intestardiva. Anche lei aveva un modello d'amica ideale, evidentemente. Il suo era quella "conquistata con il sudore della fronte".
Insomma, fra il mio disprezzo per chiunque mi dimostrasse stima o fiducia ( il che equivale a pensar d'essere una merda) e il suo corteggiamento invadente ( il che equivale a un bisogno feroce di umiliarsi per ottenere l'attenzione dell'altro) eravamo davvero mal messe.
Riuscimmo a superare lo scoglio dei nostri "ideali" e ci riusciamo da allora, quasi vent'anni fa, ogni volta che uno scoglio si presenta.
Abbiamo rinunciato al nostro "ideale" contorto per acquisire un vero tesoro, la nostra amicizia. Niente male, no?

6 commenti:

Solimano ha detto...

Sabrina, mi rubi il mestiere! O sono io che lo rubo a te... mbah...
Ho cominciato il fil rouge L'amour est un oiseau rebelle ed ho tutte le intenzioni di continuare a seguirlo perché questo è un argomento su cui si spacciano balle terrificanti, fortunatamente a volte divertenti (per chi si rende conto che sono balle).
Ma non mi sottraggo, dico un mio possibile approccio a sì delicata questione.
Mi appoggio a tre formidabili Autori.
Il primo é Ludwig Wittgenstein, di cui cito due frasi del Tractatus, la prima è notissima, la seconda un po' meno:

Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere.

Essa (la filosofia) significherà l'indicibile rappresentando chiaro il dicibile.

Il secondo è Eugenio Montale, col suo:

Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo

Il terzo, o meglio, la terza è Betty Edwards che ha insegnato che per imparare a disegnare è meglio disegnare lo spazio negativo, quello che è attorno o dentro l'oggetto: disegnando lo spazio negativo, alla fine, nel disegno esce l'oggetto, che altrimenti, direttamente, avremmo disegnato peggio perché attingiamo al nostro repertorio di simboli e bla bla.

Guarda che io non sono una mammoletta sfuggente, mi piace investigare ed approfondite la questione, non sfuggendo alle mie (ed altrui) responsabilità. Ma è questa la strada che ritengo feconda: falsificare tutto ciò che si dichiara amore e che non lo è. Fatta pulizia, può darsi, può darsi, che appaia un croco in un polveroso prato. Ancora Montale, uno dei pochisimi poeti d'amore, mica come tantissimi, antichi e moderni che, se va bene, esprimono pensieri sull'amore, sono poeti di meta-amore e ne hanno il loro tornaconto, come tutti i meteisti: meta-cinema, meta-libri, meta-arte.
I meteisti sono come dei gastronomi che invece di mangiare il cibo mangiano il menù.
E che c'è, se non c'è il meta? L'esperire, l'esperienza, la cosa più semplice, per questo se ne parla poco, dell'esperienza.
Ti do, ahimè, una brutta notizia: l'amore ideale non c'è, però c'è quella persona lì, a volte c'è anche troppo... o troppo poco...

saludos y besos
Solimano

Silvia ha detto...

Grande risultato infatti. Bella riflessione Sabrina che condivido con ansie e conflitti sullo scorrere della mia vita e delle mie scelte.
Di fatto, posso parlare della mia piccola esperienza. Ho vissuto di ideali, sempre diversi a volte così contrastanti da farmi sentire poco equilibrata. Non è stata curiosità, bensì un disagio che ogni volta si presentava sotto mentite spoglie. Non guardo un uomo per il suo aspetto fisico, magari, avrei combinato meno danni, ma deve suscitarmi delle cose. Peccato che queste "cose" cambino col cambiar di luna perchè si è mutevoli e inquieti. Io almeno. Da anni ho acquisito un buon equilibrio, ma poichè non sono più una ragazzina... Per cui gli amori della mia vita sono sempre stati funzionali alla ricerca o alla negazione della figura di mio padre, che ho perdonato di recerente per essersene andato quando ero un'adolescente. Era lui il mio ideale che mi aveva tradito. Banale ma tragico al tempo stesso. Quando ho capito questo infernale meccanismo avevo già bruciato sul rogo due mariti, vittime sacrificali che hanno avuto la sventura di incrociare la mia strada. Li ho lasciati andare volentieri però, capivo che ero io che non funzionavo nel modo giusto.
Viceversa per le amicizie le cose sono andate una meraviglia, mi riferisco all'esperienza che hai riportato. Il linguaggio lo trovo come d'incanto, sono fedele, presente e tollerante e il mio pensiero c'è sempre, la presenza è ovvia. E per la vita. Forse perchè in questo caso non avevo ideali ma seguire (managgia) e ho fatto tutto da me. Sono soddisfatta.

Solimano è sempre una mente preziosa.
Buona serata:)Io andrò al cine con un'amica.

Giulia ha detto...

In quanto a ricerca dell'uomo ideale sono stata un disastro e davvero sono ancora qui a ricercarne i motivi anche se adesso, grazie al cielo, in modo sereno e a volte anche autoironico. Un fallimento, insomma.
Non credo nell'uomo ideale oggi come oggi, anche se tardi.Anche se sono stata una "romanica persa" che si è avventurata in labirinti da cui non sapeva più come uscire. Credo che siano tante le componenti che si intrecciano che le teorie valgono veramente poco. Ognuno sbatte la testa come sa...e forse impara... Ma non è detto.
Un abbraccio,
Giulia

Roby ha detto...

Io non ho imparato, neppure dopo decine di capocciate contro pali della luce, tronchi d'albero, muri (di gomma e non). Io sono incorreggibile, inguaribile. Io stasera sono davvero giù, per vari, complessi motivi che non sto qui ad elencarvi. E poi c'è 'sto càppero di rete che non mi funziona... Per fortuna in questo momento sono riuscita a connettermi, così vi leggo. E mi tiro un po' su. Ma quanto reggerà? 10, 12, 20 minuti? Eccheca****!!!!!!!!!

R.

sabrinamanca ha detto...

In effetti ciò che intendevo con questo post era seminare il dubbio che avere un "ideale" di uomo, di amico, ecc. non è positivo e non per il fatto che la realtà si discosta sempre dalla perfezione dell'idealità ma perché a volte avere "ideali" non serve a nulla. Ci sarò riuscita?

Solimano ha detto...

Avere un ideale è una fregatura, occorre essere la propria esperienza, perché l'amore va fatto, più che pensato. E il termometro è il riso: un amore solo sublimista (o solo sessualista, fa l'istess) è un amore in cui non si ride mai insieme. Ridere fra morosi è un segno di salute e di schiettezza: si può finalmente pensare ad alta voce. Diffido, di chi non sa ridere, o ride forzato, ma la nostra plurisecolare cultura lì porta: la Bibbia è un libro dove non esiste il riso, ci avete mai fatto caso? Migliaia e migliaia di pagine, mai uno che rida... brrrrr!
E non culliamoci nella nostalgia di amori farlocchi, facciamoci i conti, va fatto e non è mai troppo tardi. Magari tirando quattro belle sberle a se stessi, magari alla controparte. Dico sul serio: è un atto di buon volontariato. Quando direte secco e duro come veramente sono andate le cose e perché, sbarreranno gli occhi e non riusciranno a trovare argomenti: sentono, dentro, che avete deciso di non giocare più a quello sporco gioco e che non ci sono più alibi.
E basta chiamare legami i rapporti: i rapporti sono rapporti, non legami! Se uno si sente legato è difficile che rida...

saludos
Solimano