mercoledì 24 dicembre 2008

La storia di un Babbo Natale.


Ed eccomi qui, anche quest’anno, col mio costume ormai un po’ logoro da Babbo Natale.
Comincio presto, già alle nove sono davanti all’entrata del solito, enorme centro commerciale; sono diventato anch’io, come il Natale, una specie di tradizione, la gente s’aspetta la mia presenza.
Sembra incredibile, ma son già passati quasi quarant’anni dalla prima volta che mi sono travestito da Babbo Natale. Ora, a posare per una foto, ci sono i figli di coloro che tenevo sulle ginocchia da bambini.
Certo, un tempo questo non era un centro commerciale ma un semplice supermercato, ed io m’impegnavo nel lavoro di beneficenza con un entusiasmo diverso. Ero come potrei dire, più consapevolmente entusiasta di donare un’illusione di stupita felicità a questi ragazzini.
I bambini, invece, sono sempre uguali, di generazione in generazione. Prima si avvicinano un po’ timorosi, quasi spinti e pungolati dai genitori, poi non vorrebbero andarsene mai, non la smetterebbero di tirarmi la barba di cotone posticcia, di baciarmi sulle guance, di ridere con me, di sgranare divertiti quegli occhi innocenti alle mie bonarie minacce, di raccomandarsi che non mi dimentichi di portare in dono il trenino, la macchinina, o l’ultima diavoleria elettronica.
I genitori invece, sono cambiati.
Ancora vent’anni fa si coglieva, nel chiacchierio fracassone della folla frenetica, la frase di qualcuno che diceva, in un bagliore di pudore: “Suvvia, non puoi chiedere anche questo a Babbo Natale, se porta tutto a te, i bambini poveri restano senza regali”.
Ora, nulla di tutto questo, tutti, poveri e ricchi, lanciati in questa pazza corsa al consumismo, senza pentimenti, senza ragionevolezza.
È la forza del Natale a rate.
Io ero un bambino povero, papà lavorava come operaio, mamma era casalinga; il mio regalo, appeso come un impiccato vero all’albero di Natale finto, era ogni anno lo stesso, un Babbo Natale di cioccolato.
Cambiavano solo le dimensioni, qualche volta il pupazzetto dolce era così piccolo che si stentava a riconoscerne l’identità.
A scuola mi prendevano in giro, i bambini sanno essere cattivi come nessuno, nella loro innocenza feroce e cieca.
Al liceo, nessuno credeva più alle renne ma tutti i miei compagni di classe erano coperti di regali: motorini, scarpe da calcio nuove, camicie di pizzo, magliette colorate.
Il mio mondo invece era in bianco e nero, vestivo quegli indumenti che mia madre recuperava dai mercatini dell’usato: non c’era nulla che fosse davvero mio, tutto aveva già una storia, una vita passata. Io aggiungevo alla storia di quegli indumenti la mia umiliazione.
Un giorno suonò il telefono e mia madre rispose; dopo qualche minuto di un parlare dignitoso, soffocato, riattaccò e vidi che piangeva, sommessamente.
Le chiesi: ”Che è successo, mamma?”- mi rispose: “Papà è volato in Cielo”- come se fossi ancora un bambino e non capissi il significato della morte.
Volò in cielo da un’impalcatura, seppi dopo.
Avevo sedici anni a quel tempo e tutta la vita davanti, ma fui costretto ad andare a lavorare, mollare la scuola, i miei amici, il mio amato pallone. Feci quello che capitava, dallo scaricare i sacchi di caffè in porto a lavare i gabinetti pubblici, tutti lavori precari, tutti lavori in nero, tutti lavori che umiliavano la mia intelligenza, la mia dignità, la mia voglia d’essere qualcuno almeno con un progetto banale nella vita.
E pensare che ci sono scrittori che sono diventati famosi, a quella latitudine confusa e un po’ cialtrona che sta a Sud di nessun Nord.
Il sogno della tranquillità piccolo borghese era il massimo delle mie aspirazioni, non chiedevo la luna.
Mia madre lavava le scale dei condomini.
Alla sera ci sedevamo a tavola in silenzio, stremati, ci guardavamo negli occhi e pensavamo che tutta quell’indigenza umiliante un giorno sarebbe finita, quando io avrei trovato un lavoro vero.
Un pomeriggio la stavo aspettando a casa, ma lei tardava, così andai a vedere presso il palazzone dove prestava servizio e la trovai al terzo piano, seduta e appoggiata al muro, il secchio ai suoi piedi, lo straccio in mano; la gente passava ed esalava un cordiale e distratto buonasera, ma nessuno si fermava a vedere perché quella donna sfiorita continuasse a non rispondere.
La seppellirono a spese del comune, al funerale partecipammo solo io e un prete.
Alla parrocchia il parroco mi propose, visto che presto sarebbe arrivato il Natale, di fare questo lavoro, per una ventina di giorni; il supermercato pagava in nero, ma almeno pagava bene, e se allo “stipendio” aggiungevo le mance, tiravo su un buon mese.
Accettai.
L’unica cosa a cui dovevo badare era non fare troppe storie con i preti, quando volevano infrangere dentro di me il loro voto di castità.
Fu così che trovai il modo di sterminare la mia prima famiglia.
“A che ora arriva Babbo Natale a casa vostra, signora? Ah, non arriva? Se mi riconosce qualche soldo ci vengo io, sì signore, ma sul tardi, quando finisco qui.”
Pensavo fosse più difficile, invece un uomo, una donna, un bambino si uccidono con facilità, io faccio così: prendo il padre alle spalle e faccio finta che sia un sacco di caffè, lo alzo per il collo e glielo spezzo; si sente un rumore sordo, allo stesso modo di quando si calpesta un ramo coperto dalle foglie e dalla neve in autunno o in inverno, in un bosco.
Poi chiamo la madre, e le dico che il marito è caduto e si è sentito male, e mentre s’inginocchia su di lui spezzo il collo anche a lei.
I bambini li soffoco con un cuscino, quando ho finito sembra che dormano.
Non mi piace il sangue. Amo invece la saliva e il moccio che ti si appiccica tra le dita, è come la resina degli abeti di Natale.
Poi prendo i regali, li metto nel mio sacco e vado a casa, vale a dire in oratorio, dove faccio le pulizie e ho una stanza tutta per me, vicino al deposito delle scope; scarto con cura i pacchi, tiro fuori i doni e ci gioco la notte della vigilia.
Al mattino successivo butto tutto nei cassonetti.
Nessuno mi ha mai fatto domande, nessuno pensa che io, un uomo sfortunato con il cervello di un bambino possa uccidere qualcuno.
Sono quello che si veste da Babbo Natale per far contenti i loro ragazzini, io.
Quante persone ho ucciso?Non lo so, ho solo ricordi vaghi di stelle comete luccicanti e palle colorate che si rompono cadendo al rallentatore, senza fare alcun rumore.
Però non credo che siano tantissime, meno di quaranta.
Non ho rimorsi d’alcun tipo, io. No.
Non scrivo lettere ai giornali, io.
Il Natale durerà ancora per tutta la mia vita, non è una moda passeggera e io voglio i miei regali.
Perché agire scioccamente e privarmene?
“Stasera non vengono gli zii, piccolo?”- “No, siamo io la mia sorellina più piccola papà e mamma, verrai a trovarci Babbo Natale?”
“Siediti qui, sulle mie ginocchia e sorridi, che papà ci fa la foto.”
“Ma stasera vieni a portarci i doni, Babbo Natale?”
Oh sì! Verrò…verrò!

QUI UN PICCOLO REGALO PER TUTTI VOI!

15 commenti:

Giuliano ha detto...

Danke schoen! Una delle voci meravigliose del Novecento, forse la più bella.

Roby ha detto...

Agghiacciante (il racconto, non il regalo finale!).

Sono in dubbio fra 3 diverse ipotesi:

1. mi hai rovinato irrimediabilmente il Natale e per questo ti odierò in eterno
2. sei un vero genio del male e proprio per ciò terribilmente affascinante
3. hai mangiato pesante in questi giorni, ricavandone allucinanti incubi notturni che hai poi deciso di mettere per iscritto.

Mentre ci penso, vado a controllare che porte, finestre ed imposte siano chiuse a tripla mandata: dovesse mai passare di qua stanotte un Babbo Natale così...

[:-%]

Roby

PS: auguri, comunque!

Solimano ha detto...

"L'uomo non è né angelo né bestia, e disgrazia vuole che chi vuol fare l'angelo fa la bestia" (Blaise Pascal)

Nelle quintalate di buonismo natalizio non c'è solo la puzza di una profumatissima ipocrisia, c'è una inappropriatezza culturale, un errore marchiano. Negli anni in cui i trovatori esaltavano la donna angelicata e inventavavano le fate, sorsero i roghi per le streghe. La separatezza fra buoni e cattivi non funziona, neppure all'interno di noi stessi, in cui tutto è mischiato, le pulsioni confliggono e si accordano continuamente.
Il Distinto Autore di codesto post dha messo volutamente molte spezie, per mostrare che Paradiso e Inferno sono come Giano bifronte, e gennaio si avvicina. Trovo molte assonanze con un grande film di Chabrol di qualche anno fa: La Cérémonie (con la solita traduzione del piffero mutata in "Il buio della mente"): Isabelle Huppert e Sandrine Bonnaire sterminano una famiglia borghese che sta ascoltando il Don Giovanni di Mozart. La causa scatenante è proprio l'ascolto di Mozart da parte dei borghesi naturalmente democratici, come no, al piano di sopra, mentre loro due sono nella cucina di sotto, e Mozart non è che non lo capiscono, a loro due dà un fastidio terribile Mozart e il fatto che l'ascoltino.
Un film che consiglio a tutti e che costituirebbe il giusto antidoto a un certo tipo di buonismo, una balla grossolana che s'ingrossa e che non diventa vera per la grossezza.

grazie Amfortas e saludos
Solimano

annarita ha detto...

Quoto Roby, ma ci voleva una sferzata in questa atmosfera di dolci e di profumi.
Impagabile.
Ancora buon Natae, nonostante tutto.
Annarita

Giuliano ha detto...

Su Babbo Natale (che è un personaggio da spot) si può scherzare quanto si vuole, anche in chiave horror, e il racconto è ben scritto: non sono certo due novità.
Ma Paolo-Amfortas sa già come la penso, perciò non mi dilungo (molto meglio questo suo "scherzo" che i babbinatali rampeganti che vedo passeggiando per strada!)

Piuttosto, mi preme mettere due righe sul grande tenore svedese Jussi Björling, che cantava negli anni '50 e ci ha lasciato registrazioni miracolose. Tra l'altro, la sua pronuncia dell'italiano era un incanto. Nemmeno gli italiani pronunciano e cantano così bene l'italiano...

Amfortas ha detto...

Giuliano sapevo che avresti apprezzato Jussi, tenore sul quale non posso che sottoscrivere la tua opinione.
Roby, spero di non averti rovinato nulla :-)
E so che è così.
In realtà questo raccontino ha i suoi anni, col tempo ho cercato di eliminare qualche pesantezza (non di stomaco) lessicale.
Ti confermo, invece che sono un genio del male :-)
Solimano, purtroppo, e l'ho già scritto da un'altra parte, tutti noi dobbiamo fare i conti con il MR.Hyde che c'è in noi, sperando che non abbia la meglio definitivamente.
Annarita, grazie, il tuo parere è molto gradito :-)
Rigiuliano, il momento migliore di Jussi (cito a memoria, quindi posso sbagliare) fu dalla fine degli anni '30 del secolo scorso in poi, in particolare al Metropolitan, dove fu una stella lucentissima.
In Italia fu poco apprezzato, purtroppo.
Beveva un po', ma non certo per dimenticare la propria voce.
Per tutti, ora su Televideo

17.50
Usa, fa strage vestito da Babbo Natale
Un uomo vestito da Babbo Natale ha
fatto irruzione in una casa mentre era
in corso il cenone della vigilia di
Natale, ha aperto il fuoco e ucciso
tre persone, ferendone altrettante.

Il fatto è avvenuto alla periferia di
Los Angeles. L'uomo, ha detto la poli-
zia, ha sparato subito dopo essere
entrato nella casa. All'arrivo degli
agenti, la casa aveva preso fuoco e
all'interno si udivano ancora spari.

La polizia ricerca un 45enne, sospetta-
to di aver compiuto la strage.


....

Solimano ha detto...

Grazie Amfortas. Tutti i verdiani più fradici del Loggione di Parma dei grandi anni si sarebbero inchinati di fronte alla voce meravigliosa di Jussi (e alla sua musicalità). Che vosa! avrebbero gridato.
Essere fradici non è sinonimo di essere khomeinisti, è il contrario: i fradici amano, i khomeinisti odiano.

saludos
Solimano

Roby ha detto...

Caro Am, ho letto e sentito anch'io del Babbo Natale americano assassino... ED HO PENSATO IM-ME-DIA-TA-MEN-TE a TE!!!!

[;-P]

Roby

Silvia ha detto...

Am, meno male che liberi la parte feroce che è in te. E' terapeutico.
Anche io ammazzo circa dieci persone al giorno e sto benissimo:)Pure loro.

Però managgia a te, nella prima parte pensavo fosse la tua storia e mi sono pure commossa. ACCIDENTI CHE IO FACCIO SEMPRE LA PARTE DELLA POLLA!!!
Non ti perdono no, questa volta, proprio NO!

:-PPPPPPP

Arfasatto ha detto...

Mentre leggevo la tua storia pensavo: uff, buoni sentimenti, episodi edificanti e strappalacrime, possibile? Poi il colpo di scena: "Fu così che trovai il modo di sterminare la mia prima famiglia." Accidenti, allora è una storia di sangue!! Niente buoni sentimenti, evviva!
Sto un po' esagerando, ma davvero tutta questa melassa legata al natale mi fa venire un po' di nausea.
Solimano come sempre mi sorprende e mi aiuta a ricordare: sì, il film di Chabrol ha parecchie vicinanze con questa storia horror-natalizia, grazie di avermelo rimesso in mente. Andrebbe rivisto, non fosse che per la bravura delle bellissime interpreti.
Grazie del regalo che ci hai fatto, Amfortas.

sabrinamanca ha detto...

Solimano, quando ho letto né angelo né bestia sono andata subito a vedere se era un francese ad averlo scritto, eh si, lo era.
Ti chiedo e vi chiedo, dato che in francese è un'espressione fatta, con quale espressione la rendo in italiano? Il senso è chiaro ma abbiamo una frase fatta con lo stesso significato?

Amfortas, in questo periodo sto guardando la serie Dexter e tu hai proprio descritto uno dei destini possibili del personaggio principale: un eroe a metà assassino, angelo e demone, come siamo tutti noi mortali.

Amfortas ha detto...

Solimano, bella la distinzione semiseria tra khoeministi e fradici.
Non ho tempo e soprattutto mi parrebbe di essere invadente, ma vi regalerei qualche altro ascolto di lirica.
roby, se ti devo dire la verità, sono rimasto colpito anch'io...ma si sa che spesso la realtà supera la fantasia :-)
Silvia, preorogativa dei Grandi è scrivere di ciò che non si sa, e io non sono un grande.
Qualcosa di autobiografico c'è sempre, nei miei scritti, magari elaborato e mascherato.
Mi fa piacere che tu abbia apprezzato :-)
Arsafatto, mi sono scordato, colpevolmente, di commentare il richiamo al film di Chabrol, che è magnifico, e tu me ne ridai occasione.
A parte che sono innamorato perso della Huppert dal 1971, mi ricordo dell'episodio della strage col sottofondo del DG, che mi sconvolse.
Sabrina, non so aiutarti dal punto di vista semantico, ma il romanzo di Stevenson che ho già citato da qualche parte è fonte continua d'ispirazione.

Giuliano ha detto...

Autobiografia? Buono a sapersi.
Va bene, allora a noi puoi dirlo: quanti anni ti hanno dato? Li ha scontati tutti? Sei pentito? Torneresti a farlo? Nel caso, lo faresti ancora vestito da Babbo Natale o sceglieresti qualcos'altro?
:-)

Silvia ha detto...

Allora avevo "sentito" bbbuono.
La definizione "grande" è piena di sfaccettature, non credi Am?
Magari uno lo è, e nemmeno lo sa.

giulia ha detto...

Il bello è che all'inizio con la mia solita ingenuità un po' datata ormai, credevo che stessi raccontando la tua storia... poi andando avanti ci sono arrivata anch'io che era un racconto. Bè devo dire che Roby mi ha tolto le parole di bocca... Un caro saluto, Giulia