martedì 9 dicembre 2008

IF: impact factor

mazapegul

No, non è il fattore che misura l'impatto d'un asteroide sulla Terra, ma un'unità di misura per valutare le riviste scientifiche specializzate (quindi gli articoli che vi vengono pubblicati, dunque i ricercatori che li scrivono). In buona sostanza, un IF alto significa che molti articoli della rivista vengono citati da altre riviste, le citazioni considerate essendo quelle che escono entro tre anni dalla pubblicazione dell'articolo.
L'idea che l'utilità o l'interesse di un articolo dipendano da un indice numerico come l'IF è grottesca. Alcuni articoli, per esempio, sono citatissimi perchè contengono risultati palesemente falsi su argomenti di grande interesse, e tutti quelli che dopo scrivono su quell'argomento premettono: "al contrario di ciò che sostiene l'articolo X...". Articoli interessantissimi appaiono su riviste il cui IF, che è una media, è basso. Eccetera.
Un lavoro di ricerca dovrebbe essere valutato per ciò che dice di nuovo, utile e interessante, non per la quantità di citazioni che riceve. Più grave ancora, la comunità scientifica potrebbe essere tentata di perseguire come obiettivo la massimizzazione dell'indice numerico caro ai valutatori, invece che la qualità dei propri risultati.
Se l'IF è popolare tra i burocrati dei ministeri di tutto il mondo e tra i responsabili delle biblioteche, è perchè permette d'esprimere un giudizio su qualcosa anche a chi di quella cosa non sa nulla. Anche io, per esempio, posso giudicare se il chimico A ha un IF più alto o più basso del chimico B, pur non sapendo niente di chimica. E, essendo un numero, è del tutto oggettivo (anche se non è ben chiaro cosa misuri, a parte il numero delle citazioni).
Pare che alcuni consiglieri del nostro ministro a istruzione e ricerca stiano cercando di venderle l'IF come una chiave universale per valutare ricerca e ricercatori. Così i nostri politici, che già sono tutti esperti di calcio, potranno anche dirsi esperti di scienza.
Attendo e tremo.

3 commenti:

Giuliano ha detto...

Viene da pensare a quell'aneddoto su Einstein: messo davanti ad un test per stabilire il quoziente d'intelligenza lo buttò via dicendo che per quelle cose lì lui di solito andava a consultare i libri e i suoi appunti.
Viene da pensare anche a Natta, del quale si dice che alla Montedison fosse poco considerato e messo in disparte: ma poi ha scoperto come si produce la plastica, ha vinto il Nobel, ha fatto fare un sacco di soldi all'azienda.

Una volta ho conosciuto una signora specializzata in pischiatria infantile: mi ha spiegato che spesso è difficile distinguere un bambino ritardato da uno "superdotato": tutti e due tendono a distrarsi durante le lezioni sembrano assenti allo stesso modo.
Vaglielo a spiegare, a quelli che hanno sempre la soluzione pronta per tutto.

Silvia ha detto...

Che questa superficialità venga applicata in altri settori non mi piace ma non mi spaventa, come in questo caso invece, poichè la scienza è alla base della
qualità della nostra vita.

Solimano ha detto...

Questo è un argomento in cui bisogna utilizzare grosse dosi di discernimento, perché è facile usare lo spadone in modo improprio.
Giuliano, i test attitudinali (non tutti, alcuni) sono una cosa serissima e valida per uno screening di massa, quando, a fronte di grandi volumi, si vuole alzare la probabilità che fra i scelti non ci siano bidoni.
E la teoria delle probabilità è una cosa seria, comprovata in mille modi, compresi, pensa te, i tipi di visite ad Abbracci e pop corn (lo sai benissimo che in generale, sappiamo prima quello che succederà).
Màz, il tuo discorso -che condivido- è un tipico caso di applicazione di misurazioni di tipo hardware fatte in casi in cui occorrerebbero misurazioni di tipo software. Siccome non si sa come prendere per le corna la Signora Qualità, la si trasforma in una Signora Quantità, che ha il pregio di avere le corna visibili, acchiappabili (e truccabili...)
L'esempio al riguardo ce lo fece Richard Normann, schieratissimo per la Signora Qualità, ed è indimenticabile, perché Normmann raccontava cose di casa sua (era svedese).
Raccontò che la SAS (la società aerea scandinava) aveva problemi come customer satisfaction e diede una disposizione (tipicamente hardware) per cui ogni hostess, durante il viaggio, dovesse conversare con 3 (tre) passeggeri. Il bel risultato fu questo: una hostess si mise a conversare con un passeggero, arrivò l'altra hostess gridando: "No, con quello no! Gli ho già parlato io!"
Ma la voglia di quantificare continuerà a colpire: quanti scazzi del tutto inutili per stabilire se un libro è migliore i un altro o un film migliore di una altro. Mentre l'unico misuratore di qualità nei servizi è la percezione del destinatario: noi, ad esempio, usavamo correntamente i feed back da parte degli allievi dei corsi, che non dovevano metterci il loro nome. Questi feed back venivano comunicati allo speaker ed al capo dello speaker... e funzionavano, malgrado i versi da gatto ed i tentativi di alterazione. Funzionavano perché gli speaker lo sapevano prima che sarebbero stati valutati dalla classe, quindi si davano da fare.
Ma stai tranquillo che l'Impact Factor ha un grosso futuro davanti a sé: aumenterà il chiasso e la conseguente entropia.

grazie Màz e saludos
Solimano