sabato 26 dicembre 2009

Sentirsi male a NY

mazapegul



Due giorni di intenso passeggiare e, forse, l'aver dormito col piede storto, avevano fatto sì che mia moglie si svegliasse nel nostro albergo-topaia con un insopportabile dolore alla caviglia, tale da non riuscire a mettersi in piedi. La nostra breve vacanza newyorkese non era comunque perduta, e neanche il piede: studentessa di dottorato della prestigiosa University of Michigan in Ann Arbor, mia moglie era titolare di un'ottima assicurazione medica. Zoppicando e appoggiandosi al mio braccio, arrivò al marciapiede dove un taxi ci prese per portarci a un ospedale del centro, privato e cattolico. Verso le dieci del mattino entravamo nella sala d'attesa del pronto soccorso.
La sala era un ambiente vasto e spoglio, pieno fitto di gente; perlopiù vecchi, molti afroamericani; gruppi famigliari. Stavano lì assiepate un duecento persone almeno. Un omaccione nero all'ingresso ci chiese nome e cognome, quindi c'indirizzò verso degli sportelli in fondo alla sala.
Agli sportelli c'era una certa coda che, con efficienza americana, permisero a mia moglie, che si lamentava, di fare in una sedia a rotelle. S'attese in fila per un'oretta, quindi arrivò il nostro turno. Dietro agli sportelli c'erano diversi impiegati. Uno di loro chiese a mia moglie il tesserino dell'assicurazione, poi le diede un modulo da compilare. Il modulo non aveva niente a che fare con traumi e patologie: si trattava di metter giù tutta una serie di dati burocratici e finanziari. Intanto, col tesserino sanitario in mano, l'impiegato iniziò lavorare al computer.
Le assicurazioni sanitarie delle università sono generalmente molto generose, e a buon prezzo, ma sono -per definizione- di nicchia. Per trovare quello che cercava, l'impiegato ci mise una mezz'ora almeno, durante la quale ogni tanto chiedeva a mia moglie diverse altre informazioni, tra cui il numero della carta di credito. Intanto, agli sportelli vicini altre persone stavano attendendo, come noi, di essere classificate in uno dei tanti profili in cui la sanità americana incasella i suoi clienti.
A mezzogiorno, più o meno, mia moglie fu riconosciuta come titolare di certi diritti sanitari. Un altro inserviente, quindi, la condusse verso un'altra fila, a un altro sportello, dove le diedero altri moduli da compilare e firmare. Poi le chiesero come mai fosse lì nel pronto soccorso. Spiegò dolore e impossibilità di camminare, le fu dato un codice di priorità -comprensibilmente basso-, quindi fu parcheggiata in un angolo, in attesa di venir chiamata da un medico.
Ci eravamo appena posizionati nell'angolo che vedemmo arrivare di corsa un gruppo di sanitari e poliziotti con una lettiga su cui giaceva, ammanettato a un tubo di ferro, un giovane nero sanguinante. Si fermarono per un paio di minuti a parlare con gli impiegati che controllavano le assicurazioni, poi sparirono dietro la tenda che separava la sala dal settore medico vero e proprio.
Mia moglie cominciava ad avere fame. Uscii in cerca di un negozio d'alimentari (impresa non facile, nel centro di New York) e la lasciai lì. Tornai verso le due con cibo, giornali e un libro per ingannare l'attesa, che si preannunciava lunga.
Infatti, fu solo dopo le quattro che mia moglie, finalmente, fu indirizzata verso un microscopico ambulatorio nascosto dietro una tenda di plastica. Ne uscii un paio di minuti dopo con una breve prescrizione (bende, antidolorifici, pomate) e un foglio da portare a uno sportello che s'occupava delle dismissioni e di scrivere le fatture per le assicurazioni.

Era questo il mio primo impatto di persona con la sanità americana: nei miei passati cnque anni di permanenza non avevo visto medici, se non a delle cene. Cercai di quantificare mentalmente il peso relativo del personale amministrativo incaricato di fare le verifiche sulle assicurazioni rispetto a quello sanitario, compresi i numerosi inservienti che portavano gli infortunati da uno sportello a un altro.

A mia moglie arrivò un conto di un migliaio di dollari: era la sua quota di spese da pagare (ne deducemmo che l'ospedale aveva fatturato sui cinquemila dollari per l'intervento). Spese che poi venivano coperte da un'assicurazione ulteriore di cui i dottorandi venivano dotati, ma ci vollero mesi per ottenere il rimborso.

Alla vigilia di Natale, Obama è riuscito a far passare in Senato una modesta riforma sanitaria, che rivoluziona però il rapporto tra cittadino americano e salute. L'impresa era già stata tentata, e fallita, dai coniugi Clinton qualche anno prima del giorno in cui mia moglie si svegliò dolorante a NY.

Scrive Paul Krugman sul NY Times:

"And for all its flaws and limitations, it’s a great achievement. It will provide real, concrete help to tens of millions of Americans and greater security to everyone. And it establishes the principle — even if it falls somewhat short in practice — that all Americans are entitled to essential health care."


8 commenti:

Solimano ha detto...

Màz, in questa ostinazione apparentemente meritocratica - solo apparentemente - in realtà con componenti di inconscio sadismo, alla non ce l'hai fatta? stai punito due volte, non una - c'è il limite della cultura calvinista che ha in sé (naturalmente) una componente aggressiva.
E qui il nostro Pronto Soccorso è molto meglio.
Ma bisogna dirla tutta. Perché sono stato testimone di due fatti che capitarono nella multinazionale: una nostra persona di Bari col figlio quindicenne malato di leucemia (e poteva essere curato solo a Milano), e una persona che stava a Milano, ma la famiglia stava in Rmilia e la moglie aveva un tumore.
Nel giro di due giorni entrambi si trovarono trasferiti a spese della ditta a Milano ed a Parma, chiedendogli anche scusa perché la posizione era professionale e non manageriale. Decisionalità, ecco! Che è il lato positivo, da non confondere con quello che chiamiamo paternalismo.
La sanità e l'istruzione come diritti acquisiti per il solo fatto di essere nati.
Non Repubblica fondata sul lavoro, ma Repubblica fondata sull'esistenza, il diritto di cittadinanza deve riguardare anche chi non lavora. Così ha sostenuto Giovanni Sabbatucci qui a Monza e le obiezioni fondate sul lavorismo lasciano il tempo che trovano, ma a sinistra si va avanti con in mano il biglietto del tram, dopo esserne scesi da tempo. La cecità della sinistra, su questi temi, è pari almeno all'arroganza della destra, che chiama spesso meritocrazia il privilegio. E noi lì, a far la figura dei poverinisti, che non è una gran parte.

grazie Màz e saluti
Solimano

ottavio ha detto...

Mi piacerebbe sapere cosa cambia con la riforma di Obama:
a) nella trafila burocratica, come quella descritta al pronto soccorso;
b) negli importi (5000 $ per una tutto sommato banale visita di un P.S. mi sembra fuori dal mondo!).
Vuoi vedere che al confronto siamo un'isola felice?

Saluti

Gauss ha detto...

Il presidente Nixon si dichiarava contrario all'intervento dello Stato nell'assistenza sanitaria perchè "se mi capita di aver bisogno del dottore voglio che quel dottore lavori per me, non per il governo degli Stati Uniti d'America". C'era della logica in questo atteggiamento, la stessa che ci fa attribuire alle inefficienze del settore pubblico i casi di malasanità in Italia. Solo che la stessa logica ha portato il generico dottore evocato da Nixon a non lavorare per il paziente, ma solo per la compagnia di assicurazione che gli ha intestato una polizza, e allora, anche l'individualista americano medio deve aver concluso che "tanto vale...".

Gauss

Silvia ha detto...

Certo che ci lamentiamo della nostra buocrazia...
Mi piacerebbe sapere che ne è stato del nero ammanettato e sanguinante.

giulia ha detto...

La vittoria di Obama ha scalzato un principio, ma ne hanno ancora di strada da fare, tutta in salita.
E noi? Speriamo di non precipitare verso il modello americano...

Solimano ha detto...

E' giusto dire che il nostro modello è migliore di quello americano, e sempre più sarà così in futuro, perché il numero dei disoccupati è destinato a crescere, ed anche il numero di chi non può permettersi una assicurazione decente. Il lavorismo meritocratico è in crisi: disoccupati e male-occupati che crescono e cresceranno. Il combinato medici-assicurazioni farà di tutto per mantenere le cose come stanno, una lobby potentissima.

Ma sulla consapevolezza della crisi del lavorismo, forse negli USA sono più coscienti di noi: l'ho vista in due film, la differenza: "Tutta la vita davanti" di Virzì è un buon film che fa un discorso moralistico (datori di lavoro brutti, cattivi e sciocchi, cosa frequentemente vera) mentre "American Beauty" di Mendes entra a piedi uniti proprio sulla crisi di certi lavori, che serviranno sempre di meno e in cui il dipendente diventa quasi uno schiavo ricattabile, con la sola motivazione della sopravvivenza.

Tutta l'etica motivazionale va sparendo, a tutti i livelli, compresi quelli manageriali.
La Repubblica deve fondarsi sul diritto primario, quello all'esistenza, non sul lavorismo, come se chi non lavora non avesse diritto di cittadinanza.
Ma ci vorrano forse decenni per accettarlo. La sinistra è cieca, presa com'è dalla difesa del posto fisso garantito (in genere pubblico).

saluti
Solimano

Anonimo ha detto...

Sì, hai detto bene: "una modesta riforma sanitaria". Obama, infatti, è un modesto presidente.

Intendo dire precisamente questo: Obama è il presidente destinato a gestire la ritirata americana, detto più generalmente: il declino americano. Questo è e questo fa.

Il perché molti lo ritengano un superbo presidente destinato a cambiare il profilo americano e il destino del mondo è un mistero.

(Devo aggiungere che sono democratico e appoggio i democratici? Devo aggiungere che un conto è essere democratici e un altro credere ai miracoli?)

Pasquale Misuraca
www.pasqualemisuraca.com

mazapegul ha detto...

Ho parlato con mia moglie: il conto era di soli 3000 dollari, non 5000 come ricordavo. Ho portato mia figlia al pronto soccorso a Capodanno: quattro punti al naso (zampata di cane), cure amorevoli e attente, zero burocrazia e zero euro.
La riforma di Obama, probabilmente, non ridurrà la burocrazia: si tratta di un'assicurazione pubblica che si aggiunge a quelle pubbliche già esistenti (anziani, poveri in canna, veterani) e a quelle private. Permetterà però a molti milioni di americani ora scoperti di avere un'assistenza medica degna del nome, anche se a reddito basso, anche se con "condizioni preesistenti"... Come dice Krugman, poi, si stabilisce un principio (e un sistema) passibile d'essere potenziato.
Declino americano: io lo temo più che augurarmelo, ma è un timore realistico. Che assieme al declino ci siano delle riforme, è già successo in Europa. Forse fa parte -chissà- di un movimento storico per cui le potenze declinanti (in termini relativi) investono una maggior quota delle loro risorse nel benessere dei loro cittadini, piuttosto che nella conservazione del loro iper-potere. (Non è scritto da nessuna parte che il declino sia un male assoluto).
Solimano: non è la prima volta che leggo con ignorante interesse quanto tu scrivi sul "lavorismo". Mi mancano le coordinate (politiche, culturali, economiche) per metter la mia piccola zattera in questo corso d'idee. Cercherò di aggiornarmi in proposito.

Buon anno a tutti,
Maz