sabato 17 ottobre 2009

Chiasmo

mazapegul


Sto percorrendo in tutta fretta il Quadrilatero, a metà strada tra Porta Saragozza, dove ho finito la lezione, e Porta Mazzini, da dove parte la corriera. In via Pescherie, quella dove non ci sono pescherie, ma verdurai, incrocio due ragazze sui venticinque anni. Una l'ho conosciuta, ma non ricordo dove. Sorrido, mi saluta formalmente, ricambio e la passo velocemente. Associato alla ragazza c'è un ricordo gradevole, che non riesco a estrarre dalla memoria. Non è certamente una dell'università. Provo ed escludo: volontariato, militante di Rifondazione Comunista, dada dell'asilo nido, banchetto equo-solidale in mercatino rionale...
Con questa sensazione di incompletezza e piacere al tempo stesso giro a sinistra su via Calzolerie, dove non ci sono calzolerie, ma pescherie sì, e anche molto fiamminghe alla vista.



Vedo, venti metri più avanti, sporgere dall'angolo con via Capraie un lembo di saio, sicuramente il presidente della Fondazione Marella che fa l'elemosina nella sua postazione fissa. "Mi fermo e rischio di perdere la corriera o faccio finta di niente e mi fermo un altro giorno?" Ho in tasca diverse monete, mi fermo. In piedi davanti al frate c'è una elegante signora anziana che gli parla, come ho spesso visto in quell'angolo di strada, come si parlerebbe a uno pagato per ascoltare. Lui, però, in quel momento non sta ascoltando: guarda dall'altro lato della straduzza, dove una giovanissima coppia è avvinghiata in bacio appassionato, nient'affatto intimidita dalla presenza d'un religioso. Lo sguardo del frate non è severo, né curioso, né perplesso. Direi che si tratta piuttosto di uno sguardo dolcemente preoccupato; più preoccupato per sè, che per i due ragazzini.
Lascio le mie monete nel suo cappello, lui si gira e con il suo sorriso aperto di sempre mi dice il solito "Dio ti benedica, figliolo!" e mi dà il calendarietto di Padre Marella per il 2010. Ringrazio e ricambio, e riprendo la camminata veloce.




Nel tepore della benedizione appena ricevuta mi viene in mente dove ho visto la ragazza. E' la restauratrice che ha passato un'estate, due anni fa, a ripulire le parti in pietra del dipartimento di matematica. Stava tutto il giorno dentro una tuta da addetto alla verniciatura, ma quando si toglieva la maschera e io ero in zona, scambiavo volentieri con lei due chiacchere sul restauro, sulle pietre, sui pro e i contro di verniciare con polimeri protettivi le superfici dei palazzi bolognesi. Un giorno la invitai a bere un caffè al bar lì vicino, alla vigilia della fine del suo lavoro.





14 commenti:

Silvia ha detto...

Che bella passeggiata Maz. Pensavo prima, mentre tornavo in auto dal babbo, che ho voglia di passeggiare sotto i portici della città, quando l'aria è frescolina e bisogna coprirsi bene e chiudere il cappotto e avvolgere la sciarpa. Entrare in un buon bar del centro e prendere una cioccolata o un caffè per poi riprendere la passeggiata e fare due chiacchiere o semplicemente curiosare le vetrine e guardarsi attorno. Per fortuna che stiamo entrando in stagione.
Anche a me capita di incontrare persone che mi ricordano qualcosa di piacevole ma che non so collocare di preciso. Un tempo diventavo matta fino a che non ricordavo per filo e per segno. Adesso me ne frego, tanto so che prima o poi il ricordo affiora di suo, senza affanno:)

Solimano ha detto...

Màz, di primo acchito ho pensato che tu, per andare da Porta Saragozza a Via Mazzini, avessi seguito la circonvallazione, poi ho capito che avevi scelto di passare per il centro di Bologna. In entrambi i casi è una bella camminata, saranno circa due chilometri, ci vuole quasi mezz'ora.

Il chiasmo nasce come figura retorica:
"Memnona si mater, mater ploravit Achillem"
oppure:
"Le donne, i cavalier, l'arme, gli amori"
ma tu utilizzi il chiasmo un po' come sincronicità: due eventi, apparentemente non in collegamento fra di loro, che però si collegano entrambi con un terzo evento, che diventa il nesso concettuale/sentimentale.
Il punto è che questo gioco (che spesso non è un gioco) di corrispondenze succede spesso, ma nel senso che siamo noi a costruire le corrispondenze. Il nostro cervello però c'entra perché può accogersi o non accorgersi che esistono gli eventi da far corrispondere.
Il punto vero è: c'è una casualità nelle percezioni e quello che realmente fa tutto il lavoro è il nostro cervello, o c'è un a priori nelle percezioni? Non credo che sia una domanda sciocca né scontata, c'è un'area di non conosciuto di cui dobbiamo, come minimo, avere consapevolezza che esiste.
A me di recente sono capitati due casi più semplici dei tuoi ma che mi hanno fatto pensare.

Primo caso: proprio nel giorno in cui imparo che ci sarà a Monza una conferenza di Paolo Branca sugli immigrati di seconda generazione, vengo a sapere del delitto di Pordenone.

Secondo caso ( più complesso):
1. Mi viene in mente il mio post di alcuni anni fa su "Il corpaccione del romanticismo" (so perché mi viene in mente, ma qui non lo dico).
2. Mi arriva una email di Barbara Melotti che sta facendo propaganda nello staff di Ignazio Marino e che mi sollecita a votarlo alle primarie.
3. Vado a cercare nel blog di Claudio Sabelli Fioretti il post su "Il corpaccione del romanticismo" e lo trovo proprio accanto a un post di Piergiorgio Welby che allora scriveva lì.
4. Mi ricordo che Barbara Melotti ed io svolgemmo insieme il lavoro impegnativo di reperire tutti i post di Piegiorgio per fare in modo che uscissero in un volume abbinato a "La mia vita è come un blog" scritto da Claudio Sabelli Fioreti e che riportava diversi post pubblicati sul suo blog, fra cui post di Barbara e miei. Successivamente, qui a Milano, ci fu la presentazione del libro, Piergiorgio non c'era più, ma era presente Mina Welby, gentile, sofferente e decisa.
E qui il cerchio parrebbe chiudersi, ma forse no: probabilmente pubblicherò
qui quel post di Piergiorgio.

La vita è semplice, ma di una semplicità che a volte stentiamo a capire.

grazie Màz e saluti
Solimano

mazapegul ha detto...

Silvia: nei miei frettolosi attraversamenti di Bologna cerco, per quanto possibile, di coniugare abitudine e un qualche piacere (esistono degli itinerari brutti, che non faccio mai neanche quando sono i più brevi). Mi manca, di Bologna quell'esperienza passeggiata-con-cioccolata di cui parli; esperienza che invece ho di Imola, di Modena, di Milano. Ma ora che lo dici, mi prenoto un tardo pomeriggio dell'inverno a venire per una cioccolata calda in centro.
(Io divento ancora matto nello sforzo di associare volti e persone, per non dire di ogni altro tipo di associazione mnemonica e consapevole, per cui sono disastroso).

Solimano: ho esitato prima di mettere il titolo "chiasmo", che è in effetti un pò tirato. L'incrocio a cui pensavo era quello fatto dalla linea silenziosa che congiungeva me e la giovane restauratrice con la linea congiungente il frate con la coppia avvinghiata in un bacio adolescenzialmente (ma non per questo meno) passionale. E, è vero, ho pensato che in quel minuto si fosse aperto uno di quei giochi di rimandi di cui giustamente parli.

Hai ragione: ci vuole poco meno di mezz'ora camminando veloce. Quest'anno la faccio sempre a piedi, ma forse ritirerò fuori la mia bicicletta dipartimentale, con cui ci si mette meno della metà del tempo. (Faccio il percorso a piedi per scelta; perché è l'unica attività fisica della giornata).

Sui rimandi e le corrispondenze: sono nella realtà? Un destino? Una sincronicità junghiana?
Io la vedo più in maniera kantiana, per così dire. La realtà, al momento in cui ne diveniamo consapevoli, ci appare già organizzata in strutture, che sono a priori. Strutture che sono proprie del nostro intelletto. Sono percettive, talvolta (e la ricerca fa grandi passi a dirci come sono fatte queste strutture), e talaltra di tipo più associativo. Siamo fatti, insomma, per prendere nota velocemente di ogni possibile corrispondenza. Un poco di training interiore, e questo diventa un costume abituale. Magari inconsapevole.

Ciao,
Maz

Solimano ha detto...

Màz per una volta faccio l'olistico e non il riduzionistico.
Quindi dico mah!
Possiamo dirci del tutto certi che l'a priori sia comunque nel nostro cervello e che non ci sia qualche a priori al di fuori? Magari non a livello biologico, ma scendendo (o salendo...) a livello matematico-fisico?
Leggo con passione lucida e coinvolta (anche con divertimento, ogni tanto) quello che scrive Odifreddi. Ma sul CICAP (Controllo delle Affermazioni sul Paranormale) ho delle riserve perché rischiano di presumere, estendendo indebitamente i giudizi dove sarebbe meglio sospenderli, in attesa del momento in cui ci saranno tutti gli elementi per giudicare.
Un esempio.
La mia amica Bruna (che ho rivisto alla festa di Arrigo), laureata brillantemente in Lingue e specializzatasi in Lingua Francese, scoprì del tutto casualmente che aveva certe facoltà nell'imposizione delle mani. Non aveva bisogno di realizzarsi attraverso magie o fattucchierie, semplicemente ne informò suo marito Bruno (medico psichiatra). E da lì partì una investigazione che sta ancora continuando e da cui nacquero i contati con Baba Bedi, guru sick sostenitore del vibrazionismo, che non è nato con lui, ma ha radici yoga.
Cosa dice il CICAP, riguardo la pranoterapia? Dice che sono vere le foto con gli infrarossi (o qualcosa del genere) che mostrano campi attorno a mani di pranoterapeuti, ma smonta tutto perché dice che foto del genere si possono ottenere con un ferro da stiro riscaldato.
Fatto sta che le mani di una persona non sono un ferro da stiro riscaldato. E quindi, se si ragiona in questo modo, si fa del riduzionismo sciocco, mentre sarebbe il caso di sospendere il giudizio e dire vedremo un po', forse il futuro ci darà qualche risposta che ora non abbiamo.
Quindi, la pranoterapia non rientra nel novero delle certezze, se ne sta lì in cortile.
Mentre che la Sindone sia un falso rientra nel novero delle certezze.
Avere questo senso del non conosciuto vuol dire non cadere nella protuberanza dottrinaria con cui si vuole (e si deve) prendersela.
E quindi viva Odifreddi che è certamente una persona seria, che non sta ad attaccar bollini di vero o non vero prima che sui bollini ci sia una colla popperianamente falsificabile in qualsiasi momento.
Scusa la lunghezza, ma è un argomento che mi attizza molto.

saluti
Solimano

Barbara ha detto...

Mi viene da sorridere perchè io mi trovo nella situazione inversa a quella che racconti.

Spesso quando vado in giro mi capita di incrociare perplessi cenni di saluto.
Le persone mi hanno ormai incasellata dentro un contesto, quello del mio negozio, e per chi (molti) è cliente saltuario incrociarmi poi ad un vicolo del mercato o alla fila del supermercato crea quell'effetto "questa la conosco ma non mi ricordo dove l'ho vista"...
Io sorrido a tutti, e mi diverto pensando "io lo so dove mi hai visto, ma non te lo dico..."

Poi capita che incontro qualcuno che con quel contesto non c'entra niente. Mi capita molto di rado, ma in quei casi posso lambiccarmi per giorni interi.

zena ha detto...

Bologna è il mio personale incrocio di mondi: tanto è arrivato lì, tanto è ripartito da lì, tanto è ritornato e tanto ancora se ne è andato per sempre.

Mi hai richiamato alcune delle mie strade del 'dopo Università': la vita del 'durante' era invece tutta fittamente co-stipata dentro via Zamboni, caput mundi, al punto che, se qualche volto noto lo rivedevo altrove, mica ero capace di dargli un nome o un ruolo.

L'Università fatta da pendolare è una corsa contro i tempi.
Sei sempre col cuore in gola per qualcosa...

Giulia ha detto...

E' cossì che bisogna passeggiare, guardandosi intorno, guardando luoghi e persone. Odio camminare "di fretta", non portarmi a casa nulla: Diventa un tempo sprecato, dove ognuno di noi sembra un robot e vince chi va più veloce alla meta.
Quindi mi sono goduta questo tuo racconto e ho passeggiato con te.

mazapegul ha detto...

Barbara: il percorso verso la corriera che descrivo, che faccio due giorn la settimana, si conclude a volte (quando perdo la corriera perché troppo lento) proprio in una libreria di "remainders" a metà prezzo, in fondo alla Strada Maggiore. Oggi ho preso l'Elettra di Eschilo, un paio di settimane fa un libro di Volponi che non m'è piaciuto. Vero, se incontrassi il libraio altrove, non lo riconoscerei. (Eppure è un tipo caratteristico: alto, magro, ma muscoloso, con una faccia spigolosa e un pò india).

Zena: via Zamboni è metà del percorso negli altri due giorni di lezione: da Porta Saragozza a Porta S. Donato. Un percorso più pittoresco, per la presenza degli studenti, ma proprio per questo più difficile da descrivere (senza cadere nel pittoresco eccessivo).
Ciascuno dei due percorsi attraversa uno dei portici più belli di Bologna: S. Maria dei Servi sulla Strada Maggiore, S. Giacomo Maggiore sulla via Zamboni. Due frammenti di Toscana nella grossa Bologna.

Giulia: la mia passeggiata velocissima alla fine delle lezioni è il momento più rilassante della giornata. Le lezioni mi arrivano in pacchetti di tre ore, assai pesanti (per me, figurati per i ragazzi!), alla fine delle quali mi sento svuotato, quindi più ricettivo a ciò che sta fuori dalla mia testa. Questo m'aiuta a guardare alle cose -in quei venticinque minuti- con una certa leggera svagatezza.

Solimano: già in posta privata ti ho scritto della mia visione ingenuamente kantiana, che non è necessariamente riduzionista (il riduzionismo è un atteggiamento necessario, ma non dev'essere totalizzante; S. Petronio lo si capisce meglio astraendo dai mattoni con cui è indubbiamente costruito). Sulla pranoterapia, può esserci un problema aperto: non ne sarei scandalizzato. Ultimamente ho letto un articolo sulla cellula: da quando facevo le superiori sono emerse strutture che la rendono assai più complessa, e più comprensibile al tempo stesso. Quale complessità ci debba essere nel rapporto mano-cervello, non riesco proprio a immaginarlo. (L'unica è misurare, misurare e misurare ancora: temperature, in questo caso).

Silvia ha detto...

E'da molto tempo che non vado a Bologna. Ne parlavo con un conoscente tempo fa che mi diceva che è cambiata tanto in questi anni, che è diventata sporca, gli edifici sono trascurati e il traffico ha fagocitato molti accessi e precluso belle passeggiate. Dato che per lavoro può vivere un po' dove gli pare, ha deciso che vendere tutto e di trasferirsi a Verona.
Mi è dispiaciuto apprendere questo, mi auguro che sia solo una sua impressione e che questo non corrisponda a verità. Ho dei ricordi così belli, io, di Bologna...

Solimano ha detto...

Si fa presto, a dire gli emiliani. Poiché conosco bene Bologna, Modena, Reggio e Parma, so che ci sono grandi differenze di carattere fra gli abitanti di queste quattro città. E non solo di carattere.
In un certo senso, c'è più somiglianza fra queste cinque città: Mantova, Reggio, Parma, Cremona, Piacenza. Le città padane (se il termine non fosse stato sporcato indegnamente).
Verona? Città meravigliosa (a parte i veronesi). La vista di Verona per tre quarti circondata dall'Adige dall'alto di Castel San Pietro, le porte bronzee di San Zeno, le tarsie di Giovanni da Verona in Santa Maria in Organo, il Giardino Giusti, la loggia di Fra' Giocondo, il Pisanello in Sant'Anastasia e in San Fermo... e dico volutamente posti che molti non conoscono.
Perché in primavera non ci facciamo una bella gita a Verona?

saluti
Solimano

Silvia ha detto...

Io mi sento a casa a Mantova e a Cremona che amo molto anche per via del nome:)
Con Piacenza ho un feeling particolare coi dolci colli: ne consiglio la visita in belle giornate tardo primaverili o in autunno, per esempio adesso. Con Parma, non volermene Solimano, ho il rapporto peggiore. I parmiggiani (bagolò) se la tirano troppo:)(scherzo dai) Però devo ammettere che è una gran bella città e si mangia decisamente meglio che a Reggio.
Verona? Città magnifica, ne conservo ricordi bellissimi. Mi piacerebbe molto andarci in gita in primavera. Aggiudicato:)

Aspetta che rileggo.

Solimano ha detto...

Silvia, a Parma ho vissuto 26 anni (13, poi dieci fuori Parma, poi ancora 13 a Parma) e ti assicuro che certe critiche sono giustificatissime. Ci farò un post, un giorno o l'altro, sui vizi della parmigianitudine (quello di essere bagoloni è il più piccolo).
Come mangiare, dipende: è una bella gara fra Parma, Reggio, Mantova e Cremona, ma i posti migliori in assoluto non sono nelle città capoluogo, ma in certi paesi o frazioni in cui arrivano apposta addirittura da Milano e che si conoscono non con la Guida Michelin, ma con il passaparola: lo si dice solo agli amici (e alle amiche...), con gli altri omertà rigorosissima.

saluti Silvia
Solimano

micro ha detto...

Anche se mantovana, aggiungo timidamente la bellezza di Ferrara, che porta tutte le sue età con fierezza e armonia.

Solimano ha detto...

Micro,non c'è da essere timidi, con un bel posto come Ferrara.
Prediligo l'esterno del Duomo, le raffigurazioni dei Mesi e... il Tura e il Cossa! Scusate se è poco...
Ferrara sta per conto suo, né Emilia né Romagna. Devo ricordarmi di fare un post nel blog del cinema, con Ferrara come location del film "Il giardino dei Finzi Contini" di De Sica tratto dal romanzo di Bassani. Solo che, combinazione delle combinazioni, la villa usata per il film è a 200 metri da casa mia qui a Monza.

grazie Micro e saluti, torna a trovarci!
Solimano