venerdì 6 febbraio 2009

Italia-Francia aggiornamenti (II)

sabrinamanca

Dopo tre anno e mezzo, ancora non mando giù certe facce, certe espressioni, certi suoni della lingua francese.
Devo premettere che i suoni prodotti da una lingua possono modificare l'espressione del viso in maniera più o meno accettabile. Italiano e spagnolo sono lingue che obbligano a distendere i tratti del viso, a sorridere quasi (per esempio tutte le parole che terminano per con la vocale a).
Il francese è una lingua nasale e che obbliga piuttosto ad arricciare il naso e chiudere la bocca.
L'espressione che un italiano legge sul volto di un francese, soprattutto di un parigino, visto che la"lingua francese senza alcuna inflessione" è una peculiarità di questa città, è quindi decisamente antipatica e risulta in una bocca a culo di gallina, un naso ritorto e una smorfia più generale che costringe ad aggrottare le sopracciglia e increspare tutto ciò che è "increspabile".
Altro particolare della loro pronuncia è legato all'aspirazione nel finale di una parola.
Un esempio: Parigi, Paris, si legge Parì, ma alla fine prende una sorta ichhhh, che suona come un sussulto o un sospiro.
Immaginate l' irritazione che può provocare una persona che termina tutte, o quasi, le parole in questo modo?
Ci ho messo un po' a capire che cosa mi infastidiva nel modo di parlare di persone che trovavo altrimenti molto gradevoli, e anche ora che ho capito a volte, grrr, divento isterica al solo sentir pronunciare certe parole e vedere certe espressioni sul viso delle persone.


Nella foto, Alexandra Lamy, un'attrice che detesto a causa delle sue smorfie e che vedrete presto nel film di François Ozon "ricky".

9 commenti:

Solimano ha detto...

Il primo soggiorno a Parigi, che durò tutto il mese d'agosto, lo passai in casa di una famiglia francese (erano gli zii di uno dei due amici che erano venuti a Parigi con me).
Ebbi la stessa impressione che racconti tu, la cosa a cui non riuscimmo proprio ad abituarci era quella pernacchietta a fior di labbra che usavano alla fine delle frasi come punto esclamativo orale. Fu quello che ci impedì di fraternizzare con il figlio degli zii: le prime due o tre volte sorridi, ma non ti ci abitui e ti dà fastidio. In compenso a Parigi c'era la cantabilità delle parole, soprattutto nelle voci delle ragazze, cosa che fuori di Parigi non ho mai riscontrato. Ma sono ancora persuaso che Parigi è un mondo, il resto della Francia un altro (con tante differenze regione per regione). Come al solito, delle differenze te ne accorgi se ci vai spesso.

grazie Sabrina e saludos
Solimano

Amfortas ha detto...

Mi pare, ma te ne chiedo conferma, che quella che noi chiamiamo erre moscia sia più correttamente definita in madrelingua erre roulant.
Ebbene, per chi è di provenienza francofona sembra che sia insopportabile (o quasi) sentire cantare in francese un artista che non pronunci la erre in modo corretto.
Tieni conto che il francese è una lingua musicalissima e che c'è un repertorio sterminato, anche di compositori italiani, che hanno scritto il libretto in francese.
Nel recente allestimento di Les Contes d'Hoffmann che ho visto a Torino, anch'io che sono bravo in francese quanto lo posso essere in fisica quantistica, percepivo una pronuncia francese almeno discutibile.
Una piccola curiosità.
Una delle opere più belle di Bizet, Les pêcheurs de perles, diventò nota in tutta Europa nella traduzione italiana.
Il motivo fu una polemica tra la critica togata d'oltralpe e la nostra, e questioni legate ai diritti d'autore, ma non posso addentrarmi troppo altrimenti non la finisco più :-)
Ciao!

Habanera ha detto...

Mah, io tutte queste cose buffe ed irritanti non le ho mai notate. Adoro sentire parlare in francese (dai francesi) e trovo che sia la lingua più musicale, affascinante ed elegante del mondo.
Paolo, la erre roulant non è la erre moscia ma quella arrotata.
"Erre uvulare o francese (che vibra al livello radice della lingua)"
Mentre la erre moscia è esattamente l'opposto "Erre alveolare o moscia (non vibrante).
Alla Bertinotti, per intenderci.
Ciao!
H.

Amfortas ha detto...

Habanera, grazie di avermi corretto, non lo ricordavo :-)
Il senso del mio commento, comunque, non cambia.
Proprio ieri ne parlavo con un'amica di madrelingua francese, e l'ho costretta ad un ascolto di un'aria dai Racconti di Hoffmann: mi ha detto appunto che il francese del tenore era tremendo.
(anche quasi tutto il resto, peraltro!)
Ciao e grazie.

Silvia ha detto...

Io rimango incantata sempre, ogni volta che uno straniero parla nella sua lingua, perchè di colpo vengo proiettata in un altro mondo, anche se non capisco una parola. E mi piace sentire quando sono diversi i suoni da come te li insegnagno a scuola e come vengono usati correntemente. E' come osservare un dipinto stampato in un libro e guardarlo dal vero. Nel secondo caso percepisci il pulsare della vita. Però è vero ci sono modalità espressive che alla lunga possono risultare irritanti, ma in terra francese non ne rilevai, a differenza della "puzza sotto al naso" e della magrezza dei parigini. Ho fatto un viaggio bellissimo in cui ho girato quasi tutta la Francia. Poi sono stata a Parigi. Ha ragione Solimano a dire che sono due universi completamente differenti.

Arfasatto ha detto...

Anche per me, come per Habanera, sentir parlare francese, anzi parigino, è un balsamo per l'udito. Pernacchetta? io la sento piuttosto come una deliziosa accentuazione della grazia di questa lingua. Quello che mi piace di più, però, è la tonalità leggermente musicale e caterina delle parole e delle frasi: "Bonjour...(note cristalline di arpa), au revoir!...(ancora note)".
insomma, Sabrina, quando scendo dal treno o dall'aereo e sento risuonare la dolce langue d'oil, mi si allarga il cuore.

sabrinamanca ha detto...

Mi sembra che quando non si capisce molto di una lingua si ha ben presente il suono globale che essa produce, un suono privo di significato, un po' come quando si ascolta la musica senza saperla leggere, poi, quando si comincia a capire questa sensazione sfugge inesorabilmente il che è positivo da un lato, perchè si puo' interagire, ma negativo nel senso che le prime sensazioni si perdono.
A me è capitato questo con tutte e tre le lingue che ho appreso ( e continuo ad apprendere) da quando ho lasciato l'italia.

Faro' fra qualche giorno un post dedicato agli accenti perchè anche su questo argomento ci sono diverse cose da dire.

Dire che Parigi non è il resto della Francia è non solo giusto ma sacrosanto. Un po' come Londra non è il resto dell'Inghilterra.
Ma sono, nonostante tutto, niente male!

Adoro imparare nuove lingue perchè sono davvero un veicolo per cercare di comprendere culture differenti dalla nostra in poco o in molto.
E potrei continuare a parlare, pardon, scrivere, per un tempo infinito...basta.
Un saluto a tutti

Solimano ha detto...

I nostri, potrebbero sembrare discorsi di piccoli nazionalismi. Ma la mia esperienza mi dice che non è così. La multinazionale non faceva discorsi poetici o di erra moscia o rotolante, ma, a livello di organizzazione europea, non ho mai visto un portoghese dipendere da uno spagnolo, né un italiano da un francese (ancor meno il viceversa). Non c'erano procedure scritte, chiaramente, ma gli americani ci stavano molto attenti, a questi aspetti, e la conseguenza un po' ridicola ma logica, è che per certe nomine ad alto livello erano favoriti i danesi, gli svizzeri, gli olandesi, persino i belgi, pensate un po'. Naturalmente tuttti bravissimi, come no, con l'aggiunta che il portoghese a dipendere dallo svizzero ci sta felice e contento e l'italiano sotto il danese così pure. E i francesi? Non gli stavano bene né italiani, né tedeschi, né inglesi. E allora che si fa con i francesi? Un bel capo portoghese!
E i tedeschi? La soluzione è semplicissima: uno svizzero di lingua tedesca, molto meglio di un austriaco. Un po' sto scherzando, ma non più di tanto.

saludos
Solimano

sabrinamanca ha detto...

Solimano, mi sa che gli americani non avevano preso bene le loro informazioni. Qui i portoghesi di 50-70 anni sono muratori, le loro mogli vanno a servizio e le coppie di portoghesi fanno i portieri nei palazzi. Non ce li vedo proprio i francesi a prendere ordini da loro!

Questa mia considerazione puo' apparire brutale ma nei fatti la Francia ha accolto moltissimi portoghesi con le loro famiglie, dagli anni '20 in poi, e durante e dopo la dittatura di Franco, persone per la maggior parte povere e senza istruzione, e solo i figli dei figli, coloro che hanno ora 20-30 hanno preso il coraggio di emanciparsi.

http://barthes.ens.fr/clio/revues/AHI/articles/volumes/volovitch.html

La migrazione italiana in Francia è stata precedente e gli italiani figli dei figli, sono perfettamente integrati nella società francese.
C'è stata una fuga di italiani durante il fascismo mi pare, ma soprattutto di classi medie.

ciao ciao