domenica 25 gennaio 2009

Al di là delle etichette...

Giulia

Qualsiasi mamma vuole, come si suol dire, per suo figlio “il meglio”. Poi forse bisogna intendersi su cosa è il meglio. Ci sono genitori che, invece, vorrebbero almeno “il meno peggio”, vorrebbero solo che si guardasse ai loro figli come a ragazzi che possono come tutti “essere qualcuno”. Non un qualcuno con la Q maiuscola, ma semplicemente “qualcuno” con la q minuscola.
Vorrebbero che fossero trattati né con diffidenza né con commiserazione, ma che li si guardasse non come quelli che sono “handicappati o come si dice oggi con molta ipocrisia “diversamente abili”, ma semplicemente come ragazzi che hanno un nome, un cognome, una loro dignità, qualcosa da dare.
Chiunque è mamma di un bambino con difficoltà non chiede pietà né tanto meno elogi, ma condivisione e diritti. Vuole che il proprio bambino possa giocare con gli altri, entrare a scuola con compagni che non lo rifiutino, vuole camminare senza che si girino a guardarlo, vogliono che si vada oltre l’handicap e si guardi chi è, non che cosa è, vogliono che qualcuno scopra le sue potenzialità e non solo quello di cui manca. Solo così questi ragazzi possono crescere, maturare, diventare persone.

Ieri sono andata all’ospedale a ritirare un esame. A ricevermi c’era una ragazza con la sindrome di down. Mi ha sorriso, mi ha domadato se ero lì per ritirare qualcosa e mi ha chiesto il mio nome. Si è girata ha cercato nello scaffale dietro di lei, ha preso una cartella e me l'ha consegnata “Ecco qua, signora. Spero vada tutto bene. Buona giornata”. Ne trovassi sempre di persone così gentili a questi sportelli!!!
Ecco un esempio di quello che vuol dire “lottare per la vita”: vuol dire dare a tutti una vita il più possibile normale e degna di essere vissuta. Non a tutti i ragazzi che hanno anche solo un piccolo deficit intellettivo si dà un lavoro e quindi la possibilità di rendersi, di sentirsi utili alla società. e di vivere nel mondo dei "normali". Si preferisce dargli una pensione di invalidità e lasciarli vegetare a casa. Lo dico perché di questo problema mi sono occupata da molti anni e ho fatto tempo fa una ricerca a proposito. Vi assicuro che ho scoperto un mondo che non vi potete immaginare. Ma magari qua e là vi racconterò qualche storia, perché credo che su questa realtà in genere si sappia molto poco quando non si hanno veri e propri pregiudizi o forme di razzismo più o meno velate.
Intanto guardiamoci intorno e facciamoci un’idea di com’è l’orientamento del nostro paese che della “lotta alla vita” fa il suo cavallo di battaglia: guardiamo solo quante barriere architettoniche incontreremmo se fossimo portatori di qualche handicap! Ma per questo qualcuno protesta? Nessuno, eppure in altri paesi d'Europa le cose vanno molto diversamente.
Sarebbe bello potessero raggiungere luoghi così anche loro
ma sarebbe già importante se potessero almeno salire su un tram....

8 commenti:

Silvia ha detto...

Grazie Giulia:) Come sempre scrivi cose intelligenti. Se gli handicappati venissero trattati come gli altri non ci sarebbe bisogno di chiamarli in un altro modo. Siamo schiavi delle etichette e badiamo poco ai contenuti. Conobbi Dimma molti anni or sono, la prima ragazza down che ho conosciuto. Una persona di una dolcezza disarmante, come spesso sono i down. Di loro mi piace la fisicità spiazzante, come quella dei bambini, mantengono il contatto del sentire attraverso piccoli e magnifici gesti come prenderti per mano in qualsiasi momento, o dirti che ti vogliono bene. Sono persone meravigliose che hanno la capacità di farti comprendere fino in fondo il significato della parola sentimento.
Per quanto riguarda le barriere architettoniche, qualcosa si sta facendo, ma è indubbio che il nostro è un mondo pensato per i "sani".

Giuliano ha detto...

Sulle carrozze dei treni (nuovi e nuovissimi) scrivono "Fate attenzione allo spazio tra il vagone e la banchina", che alle volte è anche di mezzo metro. Anche in inglese: "Mind the gap between...".
Io ringrazio il cielo che ho le gambe lunghe e che fin qui non mi è mai venuta neanche una storta, altrimenti prendere i mezzi pubblici diventa proibito.

Un altro bel ricordo è quando anni fa facendo zapping vidi un politico lombardo (lombardissimo) incazzarsi e dare in escandescenze perché qualcuno aveva sollevato questo problema, con molta educazione. "Ma ha idea di quanto costerebbe mettere tutto a disposizione degli handicappati??". Il problema era giusto, il tono proprio no. Mancava solo che dicesse "se ne stiano a casa, invece di rompere".
(questo politico qui si chiama Prosperini, è assessore regionale, vola sulle trenta-quarantamila preferenze...) ("è uno che le canta chiare!", dicono gli elettori contenti)

Roby ha detto...

Sono orgogliosissima di poter dire che nell'edificio dove lavoro sono stati eseguiti anni fa lavori di adeguamento tali da renderlo perfettamente accessibile anche a chi si muove in carrozzella o con le stampelle.
Non posso affermare -ahimè- altrettanto per la palazzina in cui abito, datata 1926. Ricordo ancora con somma pena gli sforzi per muovermi, fuori e dentro l'appartamento, quando nel 1994 dovetti portare l'ingessatura fino al ginocchio per un mese, causa la rottura del "dito mignolo" di un piede...

Grazie, Giulia: un post di grandissima "civiltà"!

Roby

Solimano ha detto...

Bisogna saper distinguere i due aspetti, quello legislativo e regolamentare (in cui si dovrebbe fare di più e meglio) e quello delle persone singole, su cui ho una esperienza positiva. E' vero che di primo acchito c'è un atteggiamento di rimozione e di fastidio, ma quando l'handicappato (chiemiamolo così, è meno ipocrita) lo si incontra tutti i giorni, le cose cambiano in meglio.
Così ho raccontato la mia esperienza personale al camion della frutta, una esperienza che dura da anni:

"Lì incontro spesso due personaggi noti a tutti, il primo è Lamberto, nom de plume. Per anni l’ho scambiato per un adolescente, ma Lamberto di anni ne ha cinquantadue appena compiuti. Gira a piedi col casco in testa, il casco ha la protezione di una ampia griglia di ferro davanti alla faccia. Spesso ha anche una griglia del genere sul gomito del braccio destro. Lamberto ha degli attacchi di panico, ogni tanto, specie quando sente suonare forte il clacson di un’auto. Alza gli occhi al cielo e cade per terra, le griglie lo aiutano a non farsi male. Se ne sta vicino al camion, aiuta Antonio e dice la sua su tutto, in una lingua che solo i brianzoli capiscono. Lo trattano bene senza complimenti, ma con tolleranza piena; un mese fa spostando una cassetta di cachi è inciampato ed i cachi e lui sono finiti per terra. Nessuno ha riso o si è agitato, hanno semplicemente dato una mano a Lamberto, che era rosso di vergogna. Poi c’è la Piccola Signora, alta meno di un metro, avrà cinquantacinque anni, va in giro con la bici Graziella - quella delle bambine - e con due borsone che messe una sopra l’altra sono alte come lei. La Piccola Signora è intelligente e vivace, la sua opinione è ascoltata con attenzione da tutti; sempre spiritosa, mai sarcastica. Ama la vita, è una curiosona che si interessa di tutto, l’ho vista persino firmare le liste elettorali dell’Italia dei Valori, portando il braccio più in alto della testa per arrivare al tavolo, per lei una abitudine".

Quindi, più che di forzature che provocano reazioni sbagliate, è meglio accudire ad un inserimento tranquillo nelle occasioni di normale socializzazione, a partire da piccoli. La solidarietà non teorica ma pratica in questo modo si sviluppa, cresce perché questo aspetto sociale e solidale fa parte della nostra natura di persone umane. Eviterei, se possibile, i discorsi specialistici, credo che a un bambino senza handicap sia utilissimo trovarsi ogni giorno nella stessa aula con un bambino con handicap.

grazie Giulia e saludos
Solimano

Giulia ha detto...

Cara Silvia, c'è molta strada da percorrere perchè si cambi il modo di vedere chi è portatore di handicap. Molta se n'è fatta negli anni 70. Una volta venivano chiusi quasi sempre in istituto, oggi molto molto meno: ma bisogna andare avanti. L'etichetta a volte nasconde tutte le potenzialità che hanno inespresse.
Giuliano, ci sono costi è vero, ma in altri paesi d'Europa da tempo hanno fatto moltissimo, qui non c'è la cultura dei diritti...
Roby, anch'io quando ho avuto un incidente l'anno scorso, ho avuto seri problemi di mobilità e mi sono accorta di come si vive anche solo quando hai un piccolo, piccolissimo handicap...
Solimano, sono d'accordo con te. Le forzature non si dovrebbero mai fare, anche se molte persone che sono portatori di handicap vivono spesso in situazioni veramente inaccettabili.
Grazie e cari saluti
Giulia

Amfortas ha detto...

Ieri sera ero a cena da amici, piuttosto più anziani di me.
Il loro unico figlio ha un leggero handicap mentale e ha sposato una ragazza pure lei un po' strana.
Erano a tavola con noi, hanno mangiato le stesse cose e riso delle mie battute idiote.
Se ne sono andati un po' prima, perché non possono guidare e devono usare i mezzi.
Insomma, tutto normale.
Bella serata.
Ciao.

mazapegul ha detto...

L'aspetto istituzionale e regolamentare, però, è importante. Alla nostra mensa viene spesso una studentessa punk in carrozzella. Scivoli dappertutto: può venire da sola e farsi i fatti suoi, se vuole. Molti bar, invece, hanno ancora lo scalino fatale.

Giulia ha detto...

Ritengo che questo Mazapegul sia importante, che possano muoversi il più indipendentemente possibile. Qui in Italia è quasi sempre impossibile, in altri paesi no...
Giulia