domenica 9 novembre 2008

Grazie per avermi ascoltata...

Giulia

“Il problema non è tanto nel rapporto con mia figlia… Certo anch’io come tutte le mamme desideravo un figlio bello, intelligente. Ma poi ho capito che anche Roberta sapeva donarmi momenti splendidi. Ci ho messo del tempo a capirlo, a sentirlo perché all’inizio provavo tanta tristezza e angoscia. Ora no. La guardo e mi sorride, mi dà amore e io lo ricambio. Quello che fa male è il rapporto con il mondo.
In teoria sono tutti pronti a scandalizzarsi quando leggono sui giornali che qualcuno maltratta un bambino con handicap. Ma poi ti accorgi che sono pochi quelli che sanno e soprattutto vogliono rapportarsi a Roberta. Eppure le assicuro non è difficile, ma la evitano, mi guardano con commiserazione e pietà.
Io in quei momenti li odio, lo dico con sincerità.
Quando era piccola e la portavo ai giardini, tutti i genitori in men che non si dica portavano via i loro figli ed io rimanevo sola con lei. Un parco giochi deserto dove io facevo dondolare sull’altalena la mia bambina che mi chiedeva: “perché i bambini se ne sono andati?".
A scuola Roberta faceva perdere tempo agli altri bambini ed era d’intralcio alle lezioni. Quindi andava per i corridoi con la maestra di sostegno o nell’"auletta" speciale.
Oggi c’è poco o nulla per lei che pur è una ragazza socievole e saprebbe fare tante piccole cose. Se ci sono dei tagli, è da questi ragazzi che si comincia…
Insomma nella mia vita per ottenere qualcosa per Roberta ho sempre dovuto chiedere “per favore”, ho dovuto sempre chiedere il permesso… Mi creda sono stanca, tanto stanca e mi chiedo cosa succederà il giorno che io non ci sarò più!
Grazie, veramente grazie per avermi ascoltata.”
Questo è quello che ieri mi ha raccontato una mamma che ha una figlia con problemi intellettivi. Eppure è una ragazza solare, allegra nonostante tutto, simpatica ma per lei sembra non esserci posto. Perché?
E quello che mi ha comunque fatto capire la drammaticità della situazione e quel grazie che mi ha detto alla fine. Grazie, perché? Perché davvero non sappiamo più ascoltare e fuggiamo il dolore per rifugiarci dove? In una nostra isoletta felice? No, io non ci credo.


8 commenti:

Roby ha detto...

L'immagine di quella bambina sola sull'altalena è davvero struggente. Non so cosa dire, se non che quelli da compatire davvero sono i genitori che "portavano via" i loro figli.

Alle elementari, nella classe inferiore a quella di mia figlia c'era una bambina, Chiara, che -forse- somigliava a Roberta. Durante la ricreazione tutte le classi uscivano in giardino, e a quell'ora, a volte, passavo davanti ai cancelli della scuola: sono davvero contenta di potervi raccontare che quella bambina non era mai sola... A casa, poi, mia figlia mi raccontava che Chiara cercava continuamente lei e le sue compagne per giocare. "Sai, mamma" mi confessava "certe volte è faticoso, perchè non si capisce bene quando parla. Però è così simpatica, e ridiamo tanto!"

Grazie, Giulia, del tuo post. Anche se leggerlo è stato doloroso.

Baciotti

Roby

mazapegul ha detto...

Grazie, Giulia, di questa bellissima (e bruttissima al tempo stesso) testimonianza. Credo che ciascuno di noi sia venuto in contatto almeno una volta con un caso del genere, e tu hai fatto bene a mettere per iscritto questo, che li rappresenta un po' tutti.
L'esclusione ha almeno due facce. Una è istituzionale: è la persona e la famiglia abbandonata dall'istituzione (non è retorica assistenzialista: le persone affette da ritardi o handicap possono crescere, e anche bene, senza sfasciare le loro famiglie; ma c'è bisogno di cure, di specialisti, di tempo, di denaro). L'altra è sociale: non sempre la comunità dei vicini, dei compagni di classe, dei genitori, è aperta alle esigenze del bambino (o dell'adulto) che di esigenze ne ha più degli altri. Non tutti vedono nel fatto d'avere un compagno di classe, che so, sordomuto, una fonte d'arricchimento cognitivo ed emotivo, non solo un rallentamento nello svolgimento del programma. Non tutti si rendono conto che, incoraggiando i figli a frequentare i più belli, i più intelligenti e i più ricchi (o i più religiosi, o i meno "abbronzati"), si sta limitando drasticamente la ricchezza interiore che costituirà, nella loro crescita e vita, la più duratura, utile e versatile delle risorse.
Una terza faccia, ma non è questo il caso, è data da famiglie che, per povertà umana o culturale, non riescono a gestire le difficoltà del loro componente più debole; non riescono a valutarne le potenzialità, a riconoscerne i diritti (la piena umanità, mi verrebbe da dire).

«Ogni volta che avete fatto queste cose ad uno solo dei miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me»

Solimano ha detto...

So che corro il rischio di essere frainteso, ma cerco di dire quello che penso con chiarezza.
Nono si affronta il problema colpevolizzando chi evita queste persone e queste situazioni, lo si affronta alzando il livello di consapevolezza.
L'evitamento è naturale, non è perché c'è stato il peccato originale. L'evitamento ce l'abbiamo dentro, che lo vogliamo o no. Quindi va visto, se ne deve prendere consapevolezza e va gestito culturalmente, senza pretendere che cambi la nostra natura. Se non si fa questo e si agisce con la colpevolizzazione non si risolve nulla, se non il nostro sentirci più buoni degli altri (che magari è il nostro vero obiettivo, quello di sentirci più buoni). L'handicap è una realtà su cui e per cui è necessario agire, e quindi va spiegata e conosciuta, fatta propria come problema comune. Dire che le persone sono egoiste è facile, rendere consapevoli le persone che si può andare oltre l'egoismo naturale è molto più difficile, ma è quello che servirebbe.

saludos
Solimano

giulia ha detto...

Roby ho voluto raccontare quello che mi ha detto questa signora proprio perchè mi sembra importante entrare nelle storie per capire davvero i problemi. Potrei raccontarne altre in positivo, anche se più rare. Tu racconti di tua figlia che ha accostato una bambina con dei problemi e ha colto e valorizzato i suoi aspetti positivi: e questo è davvero molto importante: tua figlia ha imparato a rompere le barriere che non ci lasciano vedere oltre...
Mazapegul hai colto bene la complessità del problema tutti e tre importanti ed è su tutti e tre che bisogna lavorare non dimenticandoci che anche il singolo individuo che ha preso coscienza del problema può fare la sua parte. Questo governo creando steccati e muri non aiuta ad andare avanti in questa logica.
Solimano,io non credo che sia giusto colpevolizzare nessuno. Non è questione di colpe di sicuro, non è questione di sentirsi più buoni: chi si sente così fa più male che bene. La realtà dell'handicap ha alle spalle secoli di segregazione, spaventa, la gente si sente inadeguata... Ma proprio per questo è importante che tutti coloro che hanno più consapevolezza lavorino per allargare sempre più la la coscienza e soprattutto la conoscenza. Qualcosa è già stato fatto, bisogna continuare e chi ha cominciato a comprendere la ricchezza che comunque abita in questi bambini, ragazzi e uomini deve aiutare gli altri a capire. Proprio perchè non è questione di essere buoni o cattivi bisogna impegnarsi per far sì che la gente capisca sempre di più, perchè purtroppo la vita di queste persone comunque passa mentre noi aspettiamo di maturare.

Giuliano ha detto...

Anch'io ho avuto esperienze con persone handicappate, e devo dire che mi è servito molto, soprattutto quand'ero bambino.
Avevo una cugina con un grave handicap fisico, e vedere lei, e sua madre, trattarla come una bambina normale mi è servito molto nella vita. Mi è servito a livello personale, intendo: nel senso che ho sempre evitato quelle espressioni che sappiamo tutti, e mi ha sempre fatto impressione sentirle ripetere anche da persone gentili ed educate.
Quanto a me, la comunicativa non è la mia prima dote: purtroppo con tutti, handicappati compresi.
Ma, soprattutto, tutti dovremmo sapere che il confine tra un handicappato e un "normale" è molto labile.

mazapegul ha detto...

Solimano, io credo, come te, che colpevolizzare non sia la strada maestra, ma, come in tutte le questioni educative, anche la punizione (in questo caso, nella forma di colpevolizzazione, di vergogna) e' parte del processo. Che poi non basta: occorre sper educare soprattutto in positivo. Il successo di mio figlio a scuola non si misura solo da quello che lui ha appreso, ma anche da come lui e la classe riescono a governarsi, collaborare, gestire i conflitti; utilizzare le risorse e venire incontro alle esigenze di ciascuno. Lo stesso vale per il gioco al parco e per tante altre situazioni.
Senza, per eccessi di de-moralizzazione dell'agire umano, scordare che il male esiste (e' una potenzialita' di tutti, chi piu' chi meno), e che alcune azioni rientrano appieno nella categoria: la coalizione (piu' o meno voluta) di un gruppo di adulti contro un bambino, tanto piu' se debole, e' una delle manifestazioni piu' comuni e piu' deprecabili del male (e spesso e' lastricata di ottime intenzioni).

Concludo con un aneddoto positivo. Un mio nipote ora ventenne e' affetto da malformazioni congenite multiple, di cui vi evito l'elenco, che esternamente si manifestavano (prima delle operazioni di ricostruzione) nella forma piu' totale che si possa immaginare di "labbro leporino" (una labiopalatoschisi bilatera completa, come dicono i medici).
Mia sorella portava il pupo di pochi mesi, che aveva il labbro superiore come tagliato di netto ai due lati della bocca, col passeggino a fare la spesa. Dal panettiere, una bambinetta di sei-sette anni s'avvicina al nipote, lo guarda incuriosita, sorride, lo tocca. Al che sua mamma, terrorizzata, urla: "Non toccarlo, assolutamente! Insomma, proprio qui deve portarlo?" O qualcosa di assai simile.
Mia sorella, che ha un caratteraccio piu' simile a quello di Solimano che al mio, urla rabbiosa: "Ma cosa sta dicendo? Ma come si permette?"
Prima che il litigio degeneri in rissa, il prestinaio dice alla signora: "Se ne vada dal mio negozio!" E poi, a mo' di scusa rivolta non tanto a mia sorella, quanto a tutta la clientela presente (e all'umanita' intera in ascolto, verrebbe da pensare): "Io quella non l'ho mai vista. Non e' una mia cliente."

Habanera ha detto...

Alla facoltà di Medicina dell'Università di Napoli ho avuto una compagna di corso paralizzata da una poliomelite infantile.
Veniva a lezione in carrozzella, accompagnata dalla mamma che non la lasciava mai. Prendeva appunti per lei, la spostava da un'aula all'altra. Le vedevo parlare fitto fitto, con le teste vicine: due persone in una.
A Medicina la frequenza era obbligatoria ma non era semplicissimo seguire tutte le lezioni che si svolgevano in istituti diversi, spesso abbastanza lontani tra di loro. Era tutto un correre su e giù, da un istituto all'altro, e la mamma correva anche lei, con la sua bambina in carrozzella.
Ragazza intelligentissima, spiritosa, simpatica, ma nessuno, all'infuori di me, le si accostava mai.
Il dolore e la diversità fanno paura, allontanano.
Ricordo ancora il senso di solitudine che provava la madre ed il suo chiedersi: Ma perchè si comportano così?
La diversa si è poi laureata con il massimo dei voti ed oggi è una stimatissima neurologa.
La sua mamma però non ebbe la soddisfazione e la gioia di vederla nel giorno della laurea.
Era morta di infarto (o forse di solitudine e stanchezza?) appena qualche mese prima.
H.

giulia ha detto...

Giuliano, quando si è a contatto con queste persone si capisce che la "diversità" in fondo è una convenzione, e in fondo trattiamo tutti in modo diverso perchè ognuno è diverso solo che qualcuno per la società lo è di più... Tua zia ti ha insegnato delle cose che dovremmo insegnare a tutti soprattutto noi a scuola.
mazapegul, grazie per la tua testimonianza, concordo con le cose che hai detto che sono spunti di riflessione importanti.
Habanera è bella la testimonianza che dai. Non sono solo i ragazzi a pagare le spese della nostra indiferenza, ma molto le mamme. Sapessi quante storie ho sentito e quanto fa male sapere che in fondo basterebbe veramente poco. Ma chissà ne riparleremo prima o dopo, perchè imparare a relazionare con il "diverso" con chi consoderiamo tale, insegna moltissimo anche su noi stessi.
Grazie a tutti. Giulia