domenica 30 novembre 2008

Alla ricerca dell'arte perduta (5)

Solimano


Jacopo della Quercia: Acca Larentia (particolare)

Nel 1346, a Siena, fu festa grande. Era arrivata l'acqua in Piazza del Campo, mediante un acquedotto sotterraneo lungo 25 chilometri e che ancor oggi si chiama "i Bottini", per la forma dei cunicoli che richiamano una botte. E' per questa gioia che la fonte in Piazza del Campo si chiama Fonte Gaia, ed il nome era probabilmente già quello il 15 dicembre del 1408, quando, in sostituzione di una fonte trecentesca, fu allogata una nuova fonte a Jacopo della Quercia "nel proprio luogho là du' è la fonte al presente." Jacopo, per contratto, doveva farne anche un disegno completo nella sala del Consiglio. Dieci anni di traversie di ogni genere, finché, nel novembre 1419, Jacopo rilasciò la quietanza definitiva.
Oggi, la fontana in Piazza del Campo non è più quella di Jacopo, ma una copia in stile purista che lo scultore Tito Sarrocchi terminò nel 1869. Quello che rimane della fonte di Jacopo è nel Museo dell'Opera del Duomo: "Il tempo e gli uomini esercitarono la loro azione corroditrice su queste sculture, oggi in gran parte ridotte a larve" Ottavio Morisani, 1962. La statua di Rea Silvia, ad esempio, fu fatta cadere nel Settecento da spettatori del Palio che ci si erano arrampicati: i cretini sono eterni.
Per fortuna, la statua di Acca Larentia non è una larva, anche se danneggiata. Sono travolto dall'ammirazione ogni volta che ne guardo una immagine.
Perché è la pienezza dell'incontro fra Gotico e Rinascimento, non mezzo e mezzo, ma come se quei due Signori si fossero messi d'accordo mettendo tutti i beni in comune.
Perché è l'incontro fra Pagano e Cristiano: l'ispirazione è da una statua di Afrodite, tradotta in Carità materna e cristiana.
Perché è l'incontro fra Natura e Cultura: Acca Larentia non è la mamma di Romolo e Remo, è la moglie del pastore Faustolo che li ha portati in casa e Acca Larentia li allatta e li alleva come fossero figli suoi.
Infine, è la naturalezza psicologica: Acca Larentia che tiene un bimbo in braccio, ma guarda l'altro che, geloso, vorrebbe essere preso in braccio anche lui.
Sono riuscito a trovare due disegni del progetto della fonte, quasi sicuramente fatti da Jacopo della Quercia agli inizi del lavoro, fra il 1408 e il 1409. In uno, quello del Metropolitan Museum di New York, c'è la parte sinistra, nell'altro, quello del Victoria and Albert Museum di Londra, la parte destra. Poi, eseguendo il lavoro, cambiò idea, in particolare per le statue di Rea Silvia e di Acca Larentia. I senesi non lo chiamavano più Jacopo della Quercia, ma Jacopo della Fonte.

Jacopo della Quercia: Disegno per Fonte Gaia
Metropolitan Museum, New York

Jacopo della Quercia: Disegno per Fonte Gaia
Victoria and Albert Museum, Londra

8 commenti:

Fulmini ha detto...

Grazie, specialmente della statua e del commento descrizione critica.

giulia ha detto...

Finalmente di nuovo tra di voi. Trovo questi tuoi post veramente preziosi, Giulia

Habanera ha detto...

Enchantée!
H.

Roby ha detto...

Super. Che altro? Da ora in poi, per me, dire "Non ci capisco un'Acca" avrà tutt'un altro significato...

Roby

Silvia ha detto...

Me lo sono bevuto tutto d'un fiato.
Grazie grazie

Solimano ha detto...

Grazie a tutti. Prendo lo spunto per una ossevazione critica (non certo verso di voi).
Guardando le cose dall'esterno, è del tutto evidente, anche a chi sa pochissimo d'arte, che la statua di Acca Laurentia di Jacopo della Quercia è un capolavoro, e non dei minori. Eppure.
Quanti acculturati non sanno neppure che esista quest'opera così bella, così importante, così maltrattata dal tempo e dagli uomini.
Mentre vi assicuro (e ci tornerò) che se fosse un'opera realizzata in Francia o nei Paesi Bassi o in Germania o in Inghilterra sarebbe un'opera universalmente conosciuta.
Ma la colpa non è degli acculturati, è dell'establishment artistico italiano: critici d'arte, soprintendenti, musei, siti, scuole. Si pongono il problema solo quando c'è qualche mostra temporanea (in genere costosissima) ma di quello che è permanente ne dialogano solo fra di loro come se fossero adepti di qualche setta segreta o quasi.
Ritengono in fondo che fare conoscere ed apprezzare quel Ben di Dio di cui l'Italia è piena sia una reductio, una diminutio, un lavoretto sporchino da lasciar fare agli allievi, che non vedono l'ora di occupare il loro posto, quindi approfondiscono il foruncolo sul naso del santo nella pala di Montefalco, e intanto Acca Larentia di Jacopo della Quercia nessuno sa che esiste.
Nei paesi civili questo non succede, i massimi critici sono fierissimi di fare divulgazione. Ma l'Italia è così: l'ignorantaggine giustifica la culturaggine, e viceversa: le conseguenze sono sotto gli occhi di chi vuol vedere. Nel farlo da dilettante, io mi ci diverto, però finisco anche per essere utile a qualcuno, mentre questi (salvo eccezioni) hanno un solo obiettivo, che è di dare, senza dirlo, un solo messaggio: "Tu stai fuori che noi stiamo dentro e meno siamo meglio stiamo".
Alla Pinacoteca di Brera, qualche anno fa, i custodi diressero male i flussi d'aria dei condizionatori, e in alcuni polittici dorati del Trecento e del primo Quattrocento si formarono delle bolle che poi si sbriciolarono. Questo fu l'ultimo problema di cui si preoccupò la sovrintendente, che da un mese stava a fare una bellissima vacanza culturale (come no?), nel Tibet. Ah, che bello, il Tibet, che volete che sia, se Gentile da Fabriano si lamenta perché gli sono venute le bolle?

saludos
Solimano

Giuliano ha detto...

Caro Solimano, oggi abbiamo Bondi alla Cultura ed è uno scandalo; ma se penso alla Melandri, a Rutelli...
C'è un grave problema generazionale, questi sono cresciuti col Festival di Sanremo. Anche la laurea, non sono sicuro che serva a molto: forse servirebbe davvero la laurea da bidella, come diceva Roby l'altro giorno. E cioè: una laurea in scienze pratiche, roba che non si prende all'università...

Silvia ha detto...

Mi viene freddo a pensare che la responsabile di una mostra sta in giro mentre a opere di prima grandezza viene la peste bubbonica.
Siamo un po' superficialotti, dobbiamo ammetterlo. O forse abbiamo troppa grazia di dio attorno a noi, da non rendercene nemmneno conto. Noi Italiani da questo punto di vista siamo davvero fortunati. Ad ogni angolo c'è qualcosa di bello da ammirare. Sarebbe bene ricordare che tutto ciò non è eterno e andrebbe preservato a dovere.