martedì 20 aprile 2010

Un piccolo passo

Gauss

Per gran parte del suo tracciato, la Milano-Venezia corre al margine fra la pianura padana e le dolci ondulazioni delle Prealpi. Sul versante nord del tratto fra Bergamo e Brescia, in un fortunato fazzoletto di territorio morenico che prende il nome di Franciacorta, c’è Adro, anticamente una delle curtes francae libere da imposte, oggi sfortunatamente noto come la località delle imposizioni inderogabili, il comune che non versa il cibo nel piatto dei bambini i cui genitori sono in arretrato con il pagamento della mensa.

I vigneti della Franciacorta

Ma ad Adro c’è un cittadino ribelle che imbraccia l’arma più scandalosa, la generosità, e stacca un assegno a copertura del debito delle famiglie insolventi. Un anonimo e silenzioso gesto di bontà? Neanche per idea, l’adrese-contro non è un tipo politicamente corretto, accompagna l’assegno con una lettera da cavar la pelle, nella quale svergogna il farisaico legalitarismo dei suoi compaesani, mostra indignazione per la loro intransigenza e li provoca ad esercitarla su se stessi e sui potenti prima che sui bambini e sui deboli. Parole pesanti come pietre, gli adresi non gliele perdonano e c’è da scommettere che da ora in avanti gli renderanno la vita difficile. Niente quanto la verità turba e irrita le cattive coscienze.

In un passaggio della sua lettera il buon adrese avverte contro la lenta ma costante deriva della nostra società verso l’intolleranza, verso un passivo rassegnato consenso alla sopraffazione, quella che diremmo l’abitudine al male: «…so bene che i campi di concentramento nazisti non sono nati dal nulla, prima ci sono stati anni di piccoli passi verso il baratro. In fondo in fondo chiedere di mettere una stella gialla sul braccio agli ebrei non era poi una cosa che faceva male (…) Mi vergogno che proprio il mio paese sia paladino di questo spostare l’asticella dell’intolleranza di un passo all’anno, prima con la taglia, poi con il rifiuto del sostegno regionale, poi con la mensa dei bambini…».

Avvertimento quanto mai appropriato nell’imminenza del 25 Aprile.

A differenza del magnanimo cittadino di Adro, si rassegnarono alla sopraffazione delle loro coscienze i milleduecento professori universitari cui nel 1931 il governo fascista impose il giuramento di fedeltà: «Giuro di essere fedele al re, ai suoi reali successori, al regime fascista…».

Mario Sironi, L'Italia tra le Arti e le Scienze, 1935, Roma, Aula Magna del Rettorato, Università "La Sapienza"

Si rifiutarono solo in dodici, ciò che consentì al regime di commentare con giubilo un’adesione “sublimata all'un per mille" (forse la percentuale corretta, l’un per cento, non gli bastava!). Non tutti erano antifascisti, erano uomini di diritto, di lettere e di scienza che in quel frangente elevarono l’autonomia di giudizio ad elemento essenziale della loro cultura. Per contro, non erano fascisti convinti la gran parte dei firmatari del giuramento, anzi, proprio fra loro si contavano noti antifascisti (basti ricordare i nomi di Concetto Marchesi, Guido Calogero, Adolfo Omodeo, Piero Calamandrei, Federico Chabod, Arturo Carlo Jemolo) che dopo l’8 settembre del 43 si schierarono con la Resistenza e ispirarono la Costituzione. Ma nel 1931 non resistettero, accettarono di dichiararsi fedeli dipendenti dello Stato fascista, spesso ricorrendo a raffinate giustificazioni culturali per salvaguardare cattedra e carriera. Forse videro in quel giuramento il minore dei mali, forse lo ritennero un cedimento senza gravi conseguenze, forse la vastità dei loro riferimenti culturali non servì, o non bastò, a farli desistere da quel piccolo passo verso il baratro. Appresero dagli eventi successivi la misura di quel passo.

Milano, Piazza S. Babila, la sfilata dei giorni della Liberazione

Ancora oggi le vicende e i nomi dei dodici professori che non si piegarono sono ricordati con difficoltà. Alla rimozione della loro memoria concorrono riluttanze e ritrosie di varia natura e provenienza. Quella del mondo accademico che, onorandoli, marcherebbe la diversità del loro comportamento rispetto all’acquiescenza di illustri colleghi che tuttora sono gloria e vanto delle Università in cui hanno operato. Quella dell’antifascismo dell’ultima ora, cui non conviene riandare alle connivenze che la precedettero. Quella dei fautori della compromissione utile – meglio giurare che cedere il posto a docenti dichiaratamente fascisti - che fu autorevolmente sostenuta da Togliatti, da Croce, dal papa Pio XI.

Rimane il fatto che, per quanto sono riuscito a sapere, non ci sono a tutt’oggi monumenti, scuole, biblioteche, centri di ricerca, circoli culturali, edifici pubblici, vie o piazze italiane intitolate ai “dodici professori”. Può essere un mio difetto di conoscenza ma, se non mi sto sbagliando, mi piacerebbe che la prima a farlo fosse la mia città.

Gauss

Il cittadino di Adro si chiama Silvano Lancini. Questi i nomi, la sede universitaria e la cattedra dei dodici professori:
Ernesto Buonaiuti (Roma, Storia del cristianesimo),
Mario Carrara (Torino, Antropologia criminale),
Gaetano De Sanctis (Roma, Storia antica),
Giorgio Errera (Pavia, Chimica)
Giorgio Levi della Vida (Roma, Lingue semitiche comparate)
Fabio Luzzatto (Milano, Diritto civile)
Piero Martinetti (Milano, Filosofia),
Bartolo Nigrisoli (Bologna, Chirurgia),
Francesco Ruffini (Torino, Diritto ecclesiastico),
Edoardo Ruffini-Avondo (Perugia, Storia del diritto),
Lionello Venturi (Torino, Storia dell'arte),
Vito Volterra (Roma, Fisica matematica).


8 commenti:

ottavio ha detto...

"Niente quanto la verità turba e irrita le cattive coscienze..."
Lo diceva anche Leopardi nei Pensieri: "Anche sogliono essere odiatissimi i buoni e generosi perchè sono sinceri, e chiamano le cose coi loro nomi. Colpa non perdonata dal genere umano, il quale non odia mai tanto chi fa male, nè il male stesso, quanto chi lo nomina".
(letto oggi in una lettera a la Repubblica)

Quanto alla triste storia dei professori universitari che giurarono fedeltà al fascismo non mi sento di fare una condanna indiscriminata: tra i 1200 ci saranno stati quelli che non si rendevano conto (penso a gente come Fermi, che aveva in testa solo i suoi studi), quelli che volevano comunque salvare carica e stipendio (o per prestigio o perchè tenevano famiglia) e infine quelli che l'hanno fatto con convinzione. Quindi bisognerebbe distinguere.
Bene comunque ricordare i nomi dei 12 che rifiutarono e ne subirono le conseguenze. Se non li ricordiamo noi, visti i tempi, non li ricorda nessuno, perchè anche a me risulta, Gauss, che "non ci sono a tutt’oggi monumenti, scuole, biblioteche, centri di ricerca, circoli culturali, edifici pubblici, vie o piazze italiane intitolate ai “dodici professori”.
Così va il mondo!

Saluti
Ottavio

Roby ha detto...

Ero qui che riflettevo soprattutto sul numero di quei professori che non accettarono il compromesso: dodici...

"Solo dodici"?

Oppure "Però: dodici!!!"

In ogni caso, meriterebbero un ricordo diverso. Qui, nel nostro piccolo, glielo abbiamo dato!!!

R.

Gauss ha detto...

Ottavio, proprio Fermi ebbe modo di misurare la vera portata del suo piccolo giuramento quando i suoi colleghi e allievi ebrei furono espulsi dall'università e lui stesso, marito di un'ebrea, dovette profittare del ritiro del premio Nobel a Stoccolma per imbarcarsi per gli Stati Uniti. Ma nel 31 Fermi era un fascista convinto, iscritto al partito dal 29. Forse a lui il giuramento poneva meno problemi che ad altri. Per quanto!
Perchè ci dobbiamo chiedere, Ottavio, il motivo di quel giuramento imposto ai docenti universitari e a loro soltanto, non ai maestri elementari, o agli ufficiali di marina, o ai magistrati. La risposta è che il fascismo intendeva elevare (o degradare) l'intellettuale ad instrumentum regni, dimostrare che il fascismo interpretava l'intelligenza ed esprimeva la cultura della nazione, che insomma Italia e regime fossero la stessa cosa. Che le "meglio menti" del paese, convinte o no, consapevoli o no, per necessità o per noncuranza, si siano prestate, a me rimane inspiegabile.

Roby, dodici sono pochi, pochissimi, e pensare che se solo fossero stati centoventi, probabilmente il regime avrebbe dovuto fare marcia indietro!
E temo che, per quanto piccolo, dovremo accontentarci di questo ricordo blogghiero perchè, coi tempi che corrono, è più facile che un monumento venga eretto ai 1200 che hanno firmato.

Grazie a entrambi.

Gauss

alberto ha detto...

sull'argomento è uscito qualche anno fa
un libretto eccellente: Preferirei di no
di uno studioso, mi pare, di Pavia, Giorgio Boatti.

lo invitò Annalisa agli inizi dell'assessura
a tenere una chiacchierata alla sala Maddalena.
forse per inesperienza,
forse per una promozione inadeguata,
ci ritrovammo a sentirlo
non più di una decina di persone.

una figuraccia e un gran dispiacere,
ma alla fine fu una serata memorabile.

Silvia ha detto...

Anche Calamandrei? Non l'avrei mai detto.
Non credo che siano tempi questi, in cui si possa dedicare una qualunque cosa a uomini cha hanno osato manifestare il libero pensiero. Sono tempi tristi adesso.

Roby ha detto...

E' vero, anch'io sono rimasta stupita da Calamandrei!

Ma doveva aver avuto una ragione, se non buona, almeno sufficiente...

...spero.

R.

Gauss ha detto...

Roby e Silvia, per una risposta convincente dovrei ritrovare il libro di Boatti citato da Alberto (c'ero anch'io fra i quattro gatti che lo ascoltavano quella sera di qualche anno fa, me lo ero anche fatto dedicare, l'avrò prestato), quella che trovo in rete purtroppo non è all'altezza
del personaggio. Confessò di aver firmato perché considerava l'insegnamento "il suo posto di combattimento", ma che quella sottomissione gli costerà "l'animo straziato".

Gauss

Roby ha detto...

A proposito di adesioni più o meno forzate: il mio nonno paterno, impiegato in una grossa ditta con committenze anche statali, dovette prendere la tessera del partito fascista per poter continuare a lavorare. E lui DOVEVA lavorare, avendo SETTE figli.

D'altro canto un suo cugino, dalla famiglia appena un po' meno numerosa (i figli erano "solo" quattro), rifiutò di aderire al regime e fece a lungo vita semiclandestina. Di notte, a volte, andava a trovare mio nonno, il quale -puntualmente- non mancava mai di rifornirlo di aiuti di vario genere: cibo, denaro, comprensione...

Su tutto questo, prima o poi, devo fare un post. Grazie, Gauss, per avermici fatto ripensare!

R.