mercoledì 27 gennaio 2010

Eichman: un uomo "normale"

Giulia


Se lo aspettava diverso Hanna Arendt quando si ritrovò davanti ad Eichman. Pensava di trovarsi di fronte un essere disumano, incomprensibile e, invece, ecco un piccolo grigio burocrate, un uomo qualunque, normale (uno degli psichiatri dice: “più normale di quello che sono io dopo averlo ascoltato”). Pieno di pietà per se stesso, si mette a raccontare una storia atrocemente semplice. Prima, da ragazzo, non troppa voglia di studiare, poi poca fortuna nel mondo del lavoro, finché un giorno era stato inghiottito dal nazismo “senza accorgersene e senza aver avuto il tempo di decidere”. Non conosceva il programma del partito, non aveva mai letto Mein Kampf, non aveva mai nutrito sentimenti di avversione per le sue vittime, però aveva sempre preso molto sul serio il suo lavoro: quello che per ebrei, zingari, oppositori politici, era stata la fine del mondo, lo sentiva come un lavoro giornaliero, monotono, con i suoi alti e bassi.
"Non era stupido, era semplicemente senza idee[...]. Quella lontananza dalla realtà e quella mancanza di idee, possono essere molto più pericolose di tutti gli istinti malvagi che forse sono innati nell'uomo. Questa fu la lezione di Gerusalemme. Ma era una lezione, non una spiegazione del fenomeno, né una teoria. "
“Il guaio del caso Eichmann era che uomini come lui ce n'erano tanti e che questi tanti non erano né perversi né sadici, bensì erano, e sono tuttora, terribilmente normali”
L’insegnamento della Arendt è che bisogna conoscere il Male, guardarlo in faccia. Vuol dire sapere che esso ci riguarda. Che fa parte di noi. Solo in questo modo possiamo riuscire a giudicarlo! Così quando, dopo l’impiccagione di Eichmann, Martin Buber sostenne di non sentire alcuna pietà per quel criminale perché costui solo “formalmente” era un essere umano, la Arendt commentò: “Questa alterigia, però, era un lusso che chi doveva giudicare Eichmann non si poteva permettere, perché la legge presuppone che si abbia qualcosa in comune, come uomini, con gli individui che accusiamo, giudichiamo e condanniamo”. Ecco la magistrale lezione di Hannah Arendt. Tutti siamo attraversati dal male, negare questo significa non saperlo riconoscere quando ci attraversa, significa non saper riconoscere che la responsabilità è prima di tutto individuale e che ognuno è colpevole dei suoi gesti:
" La manifestazione del vento del pensiero non è la conoscenza; è l'attitudine a discernere il bene dal male, il bello dal brutto. "


6 commenti:

Silvia ha detto...

Tu hai la capacità di mettermi al muro. Quasi sempre:)e non mi fa male, mi fa riflettere. Passaggio bellissimo sul quale ci sarebbe da dire un bel po'. Sono nel luogo sbagliato ora, e poi vorrei andare a rileggere Bobbio prima e poi sai che certe letture non mi fanno dormire. Ma ciò che dicono le ultime quattro righe le condivido. Ritornerò.

zena ha detto...

" La manifestazione del vento del pensiero non è la conoscenza; è l'attitudine a discernere il bene dal male, il bello dal brutto. "

Il che equivale, credo, ad accreditare, come valore orientativo della vita, la COSCIENZA.

Grazie, dal cuore.

Solimano ha detto...

Ha del tuuti ragione la Arendt rispetto a Buber: il dire che Eichman era solo "formalmente" un essere umano è consolatorio, ci rassicura, ci chiamiamo fuori da ogni contaminazione.
La banalità, la burocrazia del male (minuscolo, perché quotidiano) è il modo più usuale. Il bene è difficile che sia banale o burocratico (le cosiddette buone intenzioni sì).
Credo che il legame fra conoscenza e coscienza sia fondamentale, ma per conoscere (e conoscersi, passando alla consapevolezza) occorre il coraggio di andare oltre a favole demistificate. Perché altrimenti, la cosiddetta buona fede è peggio della malafede, che il senso del limite e della convenienza lo conserva, magari per ipocrisia ed opportunismo, ma lo conserva. La buon fede no, va giù con lo spadone della sua tranquillità a prescindere.
Non dobbiamo chiamarci fuori è dire poco: non possiamo chiamarci fuori, ed esserne consapevoli.

grazie Giulia e saluti
Solimano

mazapegul ha detto...

Grazie Giulia.

Tra le mie ultime (poche) letture, una traccia sui miei pensieri sul male l'ha lasciata l'autobiografia di Gunter Grass (Sbucciando la Cipolla). Ovviamente, Grass voleva assolutamente che questa traccia rimanesse nei suoi lettori.
Per dirne una, Grass parla spesso della distrazione con cui si vedevano scomparire le varie vittime del nazismo; cosi' come del silenzio nel dopoguerra tra i giovani intellettuali tedeschi, assai piu' eccitati dall'imperialismo americano.
Maz

Giulia ha detto...

Spero davvero di non farti male, cara Silvia :). So che non te ne faccio, ma capisco che a volte i pensieri devono trovare il momento e il luogo per sedimentarsi e dialogare con noi. Quindi fa con calma... :)So quanto nella realtà tu sia sensibile e attenta sempre.

E' COSCIENZA, cara Zena, e per arrivare alla coscienza ci vuole, come dice anche Solimano, la conoscenza che non termina mai, non è a mio avviso mai troppa. Poi resta il nostro cammino individuale per trasformarla in coscienza e atti concreti che, penso, devono ripsondere ad un esercizio quotidiano, un vero e proprio allenamento della mente. Grazie dal cuore anche a te.

Penso anche io, Solimano, che la Arendt abbia ragione, ne sono convinta e più la leggo più comprendo cosa volesse dire anche se ai suoi tempi non fu molto compresa. Invece, ci stava solo mettendo in guardia.
Grossman dice anche che il male è "geniale", cioè si traveste da bene e più volte ho avuto modo di constatare che è molto vero.
Dobbiamo essere consapevoli delle nostre azioni e delle loro conseguenze, ne sono assolutamente convinta.

Maz, la memoria è fondamentale, ma deve tradursi, a mio avviso, in coscienza nel quotidiano altrimenti è "commemorazione". Nel quotidiano proprio per evitare quella "distrazione" di cui parla Grass. Eppure quanto siamo ancora distratti!! grazie a te

Un caro saluto a tutti

Roby ha detto...

Proprio eri sera era a cena con noi la migliore amica di mia figlia, studentessa al II anno di legge. Si parlava dell'Olocausto e di come sia stato possibile che 6 milioni di ebrei siano stati assassinati nell'indifferenza mondiale. Al che lei fa, seria: "Sì, ma -a parte lo sterminio- era già gravissimo che li portassero via a migliaia e li rinchiudessero nei campi di LAVORO! Lavorare lì PERCHE'? Per cosa? Donne vecchi e bambini? Assurdo!"
La pizza prosciutto e wurstel, davanti a noi, si raffreddava. Ci era passato irrimediabilmente l'appetito.

Roby