sabato 5 dicembre 2009

Maestri: Mirella

mazapegul



Negli ultimi tre sabati ho insegnato a un gruppo di cinquanta bambini dei "giochi di carta&penna"; ogni volta due ore intense e piene di soddisfazioni, ma che mi lasciano ogni volta vuoto come un sacco per lo sforzo emotivo. Mi sono confermato nell'opinione che già avevo: le maestre, che passano più di venti ore a settimana a contatto coi bambini, hanno una professionalità di ferro, anche quelle che vengono considerate -e magari sono- meno dotate di altre. Ho sempre difeso le maestre di Angelica dai sufficienti, talvolta malevoli, commenti di altri genitori. Vorrei vedere loro alle prese, senza un attimo di posa, con un folto gruppo di ragazzini, senza mai perdere di vista il loro ruolo di guida.
Per quel che mi riguarda, io ho avuto fortuna. Le mie due maestre univano alla consueta competenza nel mestiere delle doti in sovrappiù. Ricordo meglio Valdemira "Mirella" Mancinelli, che ebbi negli ultimi tre anni di elementari: una donna piccola e secca, già oltre i quaranta, che aveva impresso sui noi suoi alunni un'impronta che, ho appreso più tardi, veniva dai nostri coetanei scambiata per arroganza.
Mirella si faceva dare del tu, ma non era per niente dolce e teneva un atteggiamento che non aveva nulla di materno. Aveva appreso e preso molto sul serio tutta la cultura riformista dei primi anni '70 e l'aveva subito messa in opera: sussidiari aboliti, niente voti, lavoro di gruppo quasi come norma, programma scolastico ridotto all'osso. Le materie che riteneva più importanti, lo si capiva, erano la storia e la matematica. Inoltre, era esigentissima sulla lettura e sulla scrittura, sia per la qualità che per la quantità.
In classe eravamo in trentotto, quaranta quando si fermava vicino alla scuola la carovana degli zingari e ci arrivavano un paio di bambini in più. Tra di noi c'erano bambini più e meno adatti alla scuola; di ceto medio o operaio, o figli del residuo sottoproletariato lombardo: con la Mancinelli tutti lavoravano senza sosta, ciascuno per quello che poteva dare, e gran parte delle attenzioni della maestra erano rivolte a quelli che potevano dare di meno. Per gli altri, un cumulo di assegnazioni e di letture extra, nient'affatto facoltative.
La Mancinelli era una comunista italiana: repubblicana e costituzionalista, atea, riformista e sperimentalista, convinta che il mondo possa essere conosciuto scientificamente, disinteressata e generosa, sempre e comunque dalla parte dei deboli, anche in classe. Aveva in noi e nelle nostre capacità una fiducia che, a pensarci adesso, pare del tutto irragionevole; eppure funzionava.
Le poche parti del programma ministeriale sopravvissute alla sua scure venivano svolte con cura meticolosa, da diversi punti di vista e con una attenzione al metodo che non aveva nulla di improvvisato. In matematica e scienze veniva sperimentato tutto lo sperimentabile; dal fatto che la direzione perpendicolare alla retta sia quella che ci arriva con la minore distanza (verificata con corse in palestra, riportando i tempi su dei grafici) alle equivalenze tra volumi (acqua passata da un recipiente all'altro). Della divisione in classi in varie società e dei mestieri che facevano andare avanti l'Egitto dei faraoni o i castelli feudali sapevamo un sacco di cose. La tripartizione dei poteri, le libertà fondamentali e le limitazioni al principio di maggioranza in democrazia le appresi da lei e solo in anni recenti ho imparato delle cose nuove al riguardo. In quarta iniziammo a leggere i giornali in classe, confrontando la diversa maniera con cui i giornali davano la stessa notizia, anche come impaginazione e numero di righe.
In quinta ci fece studiare le riforme di Allende, che fu rovesciato appena prima che iniziasse la prima media, con grandissimo sgomento di tutti noi, che non avevamo più la Mirella a spiegarci come ciò avesse potuto accadere. In quinta uscì anche il nostro giornalino: direttore responsabile un giornalista amico suo, stampato con tutta professionalità da una tipografia che stampava un giornale locale.
Mirella litigava con tutti. Litigò col sindaco democristiano un 25 aprile, sul significato della Resistenza. (Il sindaco, tra l'altro, era un ex partigiano). Litigò con alcuni genitori, che consideravano il suo insegnamento troppo di sinistra, e perdemmo così anche una compagna di classe, che la famiglia trasferì altrove. Litigava con alcune colleghe, che secondo lei non insegnavano bene, ma in compenso le mettevano i bastoni tra le ruote sull'educazione sessuale, che non potè fare. Litigava per difenderci. Solo con noi non litigava mai.
Non c'era avvenimento che non venisse discusso in classe: la morte di un genitore; il divorzio di altri due; la compagna trasferita a forza, che ci aveva fatto arrivare una lettera d'addio commovente. In questa maniera, nessuno si sentiva mai solo coi propri problemi; nessuno era mai ridicolo agli occhi degli altri. Anche perché sapevamo benissimo quanto s'inferocisse nel vedere uno preso in giro per una debolezza o un difetto.

Con un modello così forte, c'era poco appiglio per la ribellione. Gabriella, una mia compagna, e io pensammo che l'occasione si fosse presentata quando ci fu data da studiare una difficile poesia di Neruda, piena di simboli e metafore. Daccordo tra noi, lunedì mattina dicemmo che non avevamo studiato la poesia perché non l'avevamo capita. Mirella sorrise compiaciuta, disse che avevamo ragione e ci diede un'altra poesia più semplice da analizzare lì per lì. Quindi ci spiegò quella di Neruda parola per parola e ci disse: "questa la studiate comunque per dopodomani."

Mirella non sfoggiava dolcezze, ma stare coi bambini le piaceva, e lo faceva con affetto e anche ironia. Quando c'era l'occasione, cercava di mettere in rilievo la connessione tra un frammento di cultura "alta" e un pezzetto del nostro mondo ancora grezzo. Come quando trovammo in una poesia la parola "meretrice". "Significa 'venditrice d'amore'. C'è un'altra parola che si usa più comunemente, un pò più volgare. La conoscete?" "Puttana!" urlò uno dal fondo. "Bravo, puttana." E tutti giù a ridere, lei e noi.

11 commenti:

Solimano ha detto...

Màz, ho fatto leggere questa ammirevole esperienza/testimonianza a Neria, che ha insegnato per trent'anni alle scuole medie inferiori (in cui l'insegnante di lettere ha una sua centralità). Le è piaciuta molto, non come piacimento, ma proprio come fattività, aderenza alla situazione reale.
Perché, a parte certi discorsi più pseudopolitici che politici, che lasciano il tempo che trovano, è esistita una grande Italia limpidamente riformista nei fatti. Si basava su due pilastri: il mondo cattolico dei credenti veri e attivi, e il mondo del PCI, annessi e connessi.
Serietà, impegno, disinteresse personale, fattività, cultura, capacità di lavoro comune etc etc
Hanno creduto di modernizzare buttando l'acqua sporca ed hanno buttato il bambino. Come il prete appena spretato che si ficcava, come prima cosa, in un bordello. Ebbene no, esistono i bordelli, ma esistono tante altre possibilità migliori dei bordelli.
Faticosamente, anche in rete, si sta cercando di ristabilire un'etica della responsabilità, perché di disposti a dire che loro fanno testimonianza de ne sono a bizzeffe, anche se si tratta di false testimonianze in genere: le persone si misurano nei fatti, non nei sublimismi di tipo appartato ( i peggiori, i più narcisi e più falsi).
E che persone come Mirella avessero forti componenti di umoralità e di combattività era necessario, guai se no, perchè non serve costruire dei presepi compiacenti e generici in cui non c'è amore per il sapere che trasmetti e per le persone che hai davanti, ma solo la pulsione al contagio di una vita triste ed annoiata. Certamente Mirella se la prendeva, quando c'era da prendersela, ma la tristezza e la noia non le conosceva. E neppure certe amizioni umiliste, furbette, che fanno più piangere che ridere.
Dare tutte le colpe alla TV in generale ed a Berlusconi in particolare non risolve il problema che in fondo era semplice: miti falsificati, scaduti, si accantonano, si trovano altri miti più fecondi, ma le persone e i fatti non li puoi accantonare: stanno lì e possono essere ancora lì.

grazie Màz e saluti
Solimano

zena ha detto...

Mi pare un esempio molto bello, di impegno e di umanità 'militante', nel senso di non rassegnata e ben fondata, invece, su scelte di vita.
I primi anni di scuola davvero danno l'imprinting.
Ci stiamo pensando tanto, in questi giorni. la piccola di famglia fa cinque anni alla fine di gennaio: alla scuola per l'infanzia si preme per mandarla alle elementari subito, a settembre.
Non siamo di questo parere:pensiamo che un anno di gioco, ancora, in morbidezza, forse sia meglio, perchè abbiamo paura di un accostamento precoce alla scuola. Se qualcosa va storto, è per tutta la vita...

Giulia ha detto...

Sai Maz, avrei tante cose da dire, troppe. Ma ne dico una: la maestra che descrivi così bene, in modo vero e vivo mi piace molto.
Una domanda: "i bambini più e meno adatti alla scuola" cosa vuol dire? Come avrai capito non lo condivido. So che la scuola non è adatta a quei bambini, ma tutti in qualche modo hanno bisogno di scuola, di un maestro a cui porgere le "loro domande". Tanto più che tu stesso aggiungi "con la Mancinelli tutti lavoravano senza sosta, ciascuno per quello che poteva dare": allora si può!!
Ne abbiamo di strada ancora da fare per imparare ad essere "maestri". A me piace dire che non so ancora come affrontare certi ragazzi, non che non c'è niente da fare con loro. Negli anni che citi c'era molta "fattività". la gente percepiva molto solo le parole che si dicevano, nella realtà dentro le scuole c'era un gran fermento di idee concrete su cui ci si metteva al lavoro con entusiasmo (non tutti ovviamente).
Un'altra domanda. Tu dici: "Aveva in noi e nelle nostre capacità una fiducia che, a pensarci adesso, pare del tutto irragionevole; eppure funzionava". Perchè non doveva funzionare? Perchè non doveva aver questa fiducia?
Dice la Zambrano che ogni nascita è "una promessa", è triste quando questa promessa non può andare a compimento...
Ma il difetto sta nel manico, non nei bambini.
Lo so, sembro utopica... Non lo sono. Per me è "realtà", storia di vita vissuta.
Ho amato molto questo tuo post e quelli che hai già scritto sull'argomento.
Un abbraccio.

mazapegul ha detto...

Carissimi, i vostri commenti ben inquadrano la mia piccola esperienza in contesti più vasti (e anche controversi). Per ragioni di tempo, mi vedo costretto a rispondervi a frammenti, iniziando da Giulia, che giustamente coglie un paio di punti contestabili (a cui aggiungerò un'integrazione a una memoria imperfetta).
I bambini "meno adatti alla scuola" sono i Lucignoli di cui s'è sempre parlato, adesso variamente inquadrati come bulli, personalità vuote, affetti da sindromi varie e via andando. Quanto più il modello di scuola e società diviene competitivo e individualistico (e, in Italia, familistico), tantopiù questi inadatti divengono numerosi. Basta sentire un minuto qualsiasi di Gelmini alla TV per avere il quadro del sistema e dei suoi scarti.
Nella numerosa ed eterogenea classe della Mancinelli di inadatti allo studio non ce n'erano. Forse perché -dici giustamente- la Mancinelli non aveva considerato la loro esistenza: con l'ottimismo infaticabile della sua volontà, per lei i Lucignoli non esistevano. Esisteva solo una classe di Pinocchi: totipotenti, ambivalenti e anche un pò buoni selvaggi (ma col pessimismo della ragione a far da guardia). Mirella aveva dietro di sé formidabili sistemi teorici: il socialismo utopico, il marxismo gramsciano, la psicoanalisi di Freud, Piaget e due secoli di sperimentazione didattica. (Non credo che conoscesse tutto ciò, ma il suo ambiente e la sua formazione avevano a che fare con tutto questo). Si tratta di sistemi oramai abbandonati, sostituiti da approcci più sicuramente scientifici: le neuroscienze, la pedagogia fatta con potenti mezzi quantitativi. Più scientifici, ma assai distanti dall'aula, dal complesso rapporto tra discente e docente, soprattutto distante dal bambino nella sua totalità (e diversità).
Quando ho scritto "inadatti" avevo alla mente tutto questo; ma poi ho usato quel termine lo stesso. Un lapsus indicativo.

Solo alla luce della moderna ideologia pedagogica (a maggior ragione, dell'ideologia anti-pedagogica della destra occidentale), le pretese della Mancinelli erano "irragionevoli". Funzionavano perché sostenute da teorie oggi considerate (anche a ragione) obsolete, ma che non sono mai state veramente sostituite da qualcosa di meglio. Uso il termine "irragionevole" e sono del tutto consapevole del paradosso (e sto dalla parte della Mancinelli).

La memoria m'ha tradito in un punto. Dopo aver detto "Bravo, puttana," noi ridemmo, ma la Mancinelli sorrise soltanto. Poi ci parlò delle venditrici d'amore, dello sfruttamento, dei magnaccia e delle case chiuse, della legge Merlin. Credeva in quello che diceva, ma c'era dell'altro. Una nostra compagna di classe era figlia di una prostituta: una vecchia che batteva sulla provinciale per una clientela poco selezionata di camionisti. Lo imparai solo anni più tardi, ma la Mancinelli lo sapeva; il caso era stato comunicato alla scuola dai servizi sociali. Quella bambina era allegra, forte come un toro, con una bellezza da cascina lombarda. Viveva, questo lo sapevamo tutti, in una stanza unica con padre, madre e cinque fratelli. Avrebbe in seguito avuto la sua dose di sfortune aggiuntive, di cui non voglio parlare.
La Mancinelli, che teneva a lei un pelino in più che a tutti noialtri, aveva così inserito nel mondo del dicibile (e del detto, del politico e del letterario, della tensione verso una società migliore) anche quell'esperienza particolarmente sfortunata, dovuta a nient'altro che all'esser nata in una famiglia ai margini della società, invece che in una pienamente inserita al suo centro, o ai suoi vertici.

mazapegul ha detto...

Devo aggiungere che vedo come nella scuola elementare di oggi siano passati molti di quei valori riformisti, che ne fanno la qualità. (Anche i libri di testo sono molto, ma molto migliorati). Altre cose, invece, non sono passate. Su altre, c'è stato un passo indietro di troppo (programmi onnicomprensivi, per esempio), a un passato mai veramente esistito.

(Solimano e Zena: a domani altri commenti).

giulia ha detto...

Caro Maz "le neuroscienze, la pedagogia fatta con potenti mezzi quantitativi. Più scientifici"... Oggi si crede di insegnare in modo più scientifico. IO dire più dogmatico (scusa le contestazioni ma mi sembra importante discutere di questo con voi). Leggevo proprio ieri la Arendt che ciceva questa passione contemporanea di voler essere "scientific" là dove non è possibile esserlo (quando si tratta appunto anche di relazioni) e per lo più poi non tener conto del metodo scientifico stesso che non è per fefinizione "una volta per sempre" perchè la ricerca continua fa superare le teorie appena formulate.

La tua precisazione alla mia domanda è pienamente soddisfacente :)... Anche io faccio questi continui lapsus, ma in questo clima "Gelmini" non posso più permettermelo.
Peccato che tutto il bagaglio degli insegnanti come la tua sia stato messo in soffitta anche dalla sinistra
Grazie Maz

Gauss ha detto...

La mia Mirella si chiamava Gemma, una zitella anziana che mi portò alla V elementare e subito dopo andò in pensione. Cinerea, segaligna, bella non doveva esser stata nemmeno da giovane, severa, dura, anche manesca (lo schiaffo era una pratica non so se prescritta, ma ammessa dalla pedagogia di allora, sollecitata dai genitori stessi). Il suo indice di gradimento doveva essere direttamente proporzionale al timore che incuteva perchè le famiglie consideravano una fortuna avere un bambino alunno della Gemma. Mai vista non dico ridere ma neanche sorridere, la disciplina la otteneva senza pretenderla. Distribuiva votacci o votoni con la stessa chirurgica precisione, niente simpatie, niente antipatie.
In classe eravamo in quaranta, ma fossimo stati anche ottanta, nessuno sarebbe sfuggito al suo occhio vigile. La Gemma non ti dava tregua, tirava avanti a tutta per cinque ore come un sergente istruttore di West Point, per lei completare il programma non era una speranza, era una certezza.
Dedicava all'insegnamento ogni momento della sua vita, se portava a casa i compiti da correggere, era sicuro che la mattina seguente li avrebbe riconsegnati con voti, note, correzioni e suggerimenti, e la mattina successiva li avrebbe pretesi indietro con la firma dei genitori, i quali con la Gemma non potevano scherzare nemmeno loro, a rapporto una volta al mese, ognuno in sessione separata.
Mi chiedo oggi se si sia trattato del primo caso di sindrome di Stoccolma, ma la Gemma non era esecrata, era stimata, e di più, so quel che dico, era amata.
Le ragioni credo di averle capite molto più tardi, da genitore di due figli in età scolare.
La mia maestra insegnava. Era erudita, era competente, non le importava di essere colta, ammesso che non sia la stessa cosa. Conosceva l'argomento di cui parlava ed era pronta ad ogni domanda, purchè attinente. Ricordo che una volta, ma una volta sola, ammise di non saper rispondere, e che avrebbe risposto il giorno dopo, ciò che puntualmente fece,
Non divagava, stava sul pezzo, grammatica nell'ora di grammatica, e lo stesso per quella di aritmetica, storia, geografia, ecc.
Non si risparmiava. Avevo nove anni e mi ruppi un femore. Non so adesso, ma a quel tempo ti ingessavano dal petto in giù, quaranta giorni di letto e poltrona. Un pomeriggio suona il campanello di casa, era la Gemma con un quaderno di temi e di problemi con i quali avrei potuto dimenticare la mia infermità.
Per finire, la Gemma non moraleggiava. Agiva. Nessuno sa che opinioni avesse su Dio, patria, famiglia e società, ma come si comportava lo ricordano tutti.
Dei maestri che ho avuto dopo di lei, e di quelli che hanno avuto i miei figli, quelli che hanno lasciato il segno sono stati quelli come la Gemma, quelli che conoscevano e amavano le cose che insegnavano, e che perciò amavano insegnarle.

Gauss

mazapegul ha detto...

Zena: di fronte alla stessa scelta anche noi avevamo scelto per l'anno di materna in più. Anche perché non ci piaceva l'idea della gara a chi arriva prima. (Arriva dove, poi? Io non sono credente e ho delle idee pessimiste in proposito).

Solimano, non ho detto, perché mi pareva secondario, che la Mirella (detto alla milanese) è stata l'insegnante più importante che abbia avuto; quella che m'ha dato il gusto per la storia e la matematica, che non ho più perso. E altro. Potevo anche seguirne maggiormente il magistero (termine che qui uso a proposito), ma si sa, siamo quello che siamo.

I bambini che vengono buttati con l'acqua sporca: tema infinito e d'infinite variazioni. La storia segue un corso dialettico, non tende a massimizzare l'esperienza. Così come l'interessantissima critica a marxismi, freudismi e rousseauismi (e le nuove scienze quantitative, di cui si discorreva sopra con Giulia) ha prodotto un approccio laboratoriale all'educazione, tutt'altro che funzionante (e un pò meno che umano). E' mancata la critica della critica (la critica è stata acritica, mi viene da dire).
Ho una esperienza adulta, col dottorato negli USA. Mano a mano che ci si allontana dalla pedagogia pedagocizzante e ci si avvicina ai contenuti, i docenti americani abbandonano i metodi quantitativi e oggettivi, e tornano al vecchio rapporto docente-discente; a problemi difficili da valutare in termini di voto, ma interessanti; a un'oralità poco oggettiva, ma necessaria. Così nei primi corsi di college ci sono solo insipidi (ma oggettivi) test a risposta multipla; seguono esami scritti più interessanti; quindi prove scritte e orali vere e propria, al dottorato. (Ho un pò semplificato: nelle materie umanistiche le cose vanno meglio dall'inizio).

Ho teorizzato anche troppo.

Ciao,
Maz

PS Ho ritrovato un tuo invito a scrivere dei maestri mancati. Sto ravanando nella memoria per trovarne uno/a (non è facile; occorre grande onestà per farlo, e anche un pò d'introspezione, poiché il mancato incontro è, per l'appunto, mancato).
Ho forse un paio d'altri maestri di cui parlare le prossime volte.

PS Ero troppo piccolo, così non ho abbastanza memorie precise dell'altra maestra, la Lucisano, che ebbi per i primi due anni a Milano. Fu una gran maestra, comunque.

Solimano ha detto...

Màz:

1. E' mancata la critica della critica. Com'è vero! E come, in un certo senso è inevitabile! Il riduzionismo di tipo sciocco porta al ritorno di un olismo con la cappa ipocrita (fuori sembra oro, ma dentro è piombo).
Cosa intendo per riduzionismo sciocco? Un riduzionismo che crede di essere arrivato al capolinea, mentre sono tutte stazioni (esistenti, certo che sì), ma il viaggio continua. Un riduzionismo privo di curiosità e in fondo dogmatico è un rischio quasi obbligato, visto com'è fatto il nostro cervello, che cervelleggia noi, non il contrario.

2. La libertà, esiste? Libertà intesa come libero arbitrio. E' una domanda a cui oggi molti biologi (fra di loro, neh) danno risposta negativa, perché sappiamo poco com'è fatto il nostro cervello, ma se lo vediamo, giustamente, come una scatola nera, non c'è verso: a un certo input percettivo corrisponde un output determinato e la nostra sensazione di controllare il processo è un'illusione (dolce chimera sei tu!). Quindi il libero arbitrio non c'è, per l'assenza del codino del solito barone di Munchausen.
Però, se per qualche motivo strano, che non chiamerei libero arbitrio (sennò diventa un gioco senza fine), chissà perché la mattina, uscendo di casa, cambiamo marciapiedi, le percezioni che arrivano sono diverse da quelle che sarebbero arrivate restando sullo stesso marciapiedi. E' questo tipo di curiosità (che si manifesta a tutti i livelli, soprattutto come fisicità) che permette di cambiare le carte in mano per la partita, che si svolge però con regole determinate, ma è un'altra partita. Questo può essere un libero arbitrio non illusorio, fra l'altro, le modalità relazionali con cui si esplica riducono il rischio dell'autoconferma di olismi biechi (riduzionismi a chilometri zero).
Mi fermo qui, per il momento.

grazie Màz e saluti
Solimano

Anonimo ha detto...

Salve, mazapegul.

Da un mese e mezzo ho aperto un sito-officina.

Forse ti interessa.

Auguri cordiali

www.pasqualemisuraca.com

Elena ha detto...

Buongiorno Mazapegul,
ho riconosciuto la mia Mirella nella tua: a bolgiano, in una scuola prefabbricata rossa.
Non avresti potuto darne un ritratto più fedele, e commovente.