martedì 3 novembre 2009

Metti una sera a cena: Il cervello del rettile

Solimano

Dopo ave ridacchiato un po' sui pannelli solari (ed aver invidiato il beato venditore di dessi pannelli), ci inoltrammo su un tema cervellotico: come è fatto il nostro cervello. Più che una cena, sembrava una riunione di compassionevole volontariato: il cervello arcaico, il cervello del rettile... roba da ripostiglio, vista che non lo si può buttare via o farne un saldo di fine stagione. Siamo nel 2009, ragazzi! Non rimestiamo nella paleontologia.
"Ma come sono i neuroni di questo cervello piuttosto sfigato? Stantii, scalcinati, inerti, sabbatici, dormiglioni?"
"Certamente avranno un loro tipo di operosità, ma non ce la vengono a dire".
"Dire a chi? Non siamo noi a cervelleggiare il nostro cervello, semmai è il nostro cervello che cervelleggia noi".
Banalità? Non tanto.
Già il nome che gli hanno dato sa tanto di rimozione: cervello arcaico, cervello del rettile... Con tutte le considerazioni olistiche sul cervello mammifero (così lo chiamano) in cui c'è l'affettività, le cure parentali etc. Evidentemente, quelli del mammifero non hanno mai ammirato le cure parentali degli uccelletti attorno a casa loro (parenti stretti dei rettili).
Non solo. Parlavo con Paolo Branca, dopo la conferenza di Novaluna, proprio del cervello del rettile, e scattò l'automatismo: "Il male!" disse.
Il peccato originale è stato un mito geniale, per poterci chiamare fuori. Un mirabile codino, proprio come il barone di Münchausen, che in groppa al suo destriero sta per sprofondare nella palude: ”Senza fallo vi sarei dovuto morire, se la forza del mio braccio, afferrandomi per il codino, non mi avesse estratto dalla melma assieme al cavallo, che stringevo forte fra le ginocchia”.
Spirito, anima... e se usassimo la parola mente? E se dichiarassimo a chiare lettere, anzitutto a noi stessi, che il cervello del rettile esiste ed agisce in noi continuamente? Guai se no. Non ci saremmo, se non ci fosse stato e non ci fosse tuttora.
La consapevolezza, ecco. Altrimenti si va nella malafede, ben che vada nella dissimulazione onesta di Torquato Accetto. Ma c'è di peggio: la buona fede. La pulsione di dominanza peggiore è quella di chi crede di essere fuori dal gioco delle dominanze.
"Il candore di uno sguardo nuovo (quello della scienza lo è sempre) può talvolta illuminare di luce nuova antichi problemi" (Jacques Monod).


P.S. Le immagini provengono dal film "Jungle Book" (1967).

3 commenti:

Giulia ha detto...

La consapevolezza i avere anche in noi il "cervello del rettile" e cioè del male. Altrimenti si va nella malafede. Su questo siamo d'accordo, ma poi? A me piacerbbe capire dopo questa consavolezza di essere male e bene, di sapere che c'è... che ne facciamo di questa consapevolezza. Serve a qualcosa, penso di sì. Ma sarebbe bene che capissimo a cosa.
Quindi la discussione continua...

Solimano ha detto...

Il cervello (cosidetto del rettile) è, semplicemente.
Costruito dall'evoluzione della specie nei millenni. Chissà, il cervello dei Neanderthal non era così, ma si sono estinti.
Le categorie morali (culturali) del male e del bene vengono dopo, sono una nostra applicazione a noi stessi che può portare a negare la nostra natura. Se la natura la si conosce e la si accetta in quanto natura immodificabile, si può può esserne consapevoli e gestirla, farci i conti in qualche modo, scegliendo moralmente degli itinerari vantaggiosi per noi e per gli altri. Se non la si accetta, esternalizzandola ad esempio col mito del peccato originale, non è che la natura cambia, sta lì e non la possiamo lobotomizzare.
A questo si aggiunge che nel campo dell'azione, della realizzazione, dell'autodifesa, certamente il (cosidetto) cervello del rettile agisce positivamente anche oggi.
Tutte le costituzioni che sono partite dall'ipotesi roussoiana del buon selvaggio sono finite in dittatura. La costituzione americana dura da duecento anni ed è brevissima: il mondo anglosassone parte più volentieri dall'ipotesi che l'uomo sia cattivo. Il risultato è la democrazia. La cultura serve a conoscere la natura per poi utilizzarla per il bene comune.
Per questo me la prendo col romanticismo... ma la discussione continuerà...

grazie Giulia e saluti
Solimano

Solimano ha detto...

Nel 1735 Francesco Algarotti (che aveva 23 anni) presentò a Parigi un suo piccolo libro: "Newtonianesimo per le dame". L'opera fu apprezzata persino da Voltaire, che poi scrisse "Elementi della filosofia di Newton". Ma erano tempi di illuminismo.
Oggi, anche se facciamo finta di non accorgercene, c'è un riflusso oscurantistico. Per cui dire che la buona fede può essere peggio della malafede (se è buona fede in assunzioni sbagliate) può sembrare cinico o cattivo. Basterebbe riflettere sull'imperatore Federico II di Svevia, epicureo e miscredente, a cui toccò andare in Palestina per fare la crociata, vista l'insistenza della Chiesa.
Federico andò ed in quattro e quattr'otto si mise d'accordo col Soldano, per il libero accesso ai luoghi santi (compresa Gerusalemme).
Se ne tornò a casa felice e contento, a problema risolto. No, a quelli in buona fede non stava bene, e Federico fu scomunicato.

Oggi, molti non sanno ancora che il problema dell'enuresi notturna (la pipì a letto di certi maschietti prima della pubertà) è stato chiarito dall'esame del genoma umano.
Oggi i biologi si dicono fra di loro cose sulla libertà umana (intesa come libero arbitrio) che non dicono in pubblico, perché non sarebbero accettate.
Oggi gli psichiatri sanno benissimo che Basaglia (benemerito come miglioramento delle condizioni manicomiali) aveva torto nel dire che la schizofrenia è una malattia sociale (c'è la prova provata, una prova geniale). Ma non lo dicono in pubblico, informano solo i parenti di come stanno veramente le cose. Perché ad andare contro il senso comune, contro gli idola tribus si rischia, a volte di persona.
Scrivo ciò anche sotto l'influenza del cervello del rettile che è ben presente in me, come in tutti e tutte... perché non accettarlo e trarne le debite conseguenze?

saluti
Solimano