venerdì 9 ottobre 2009

Portorico

mazapegul



Da molto tempo gli Stati Uniti chiedono a Portorico di decidere se vuole diventare nazione indipendente o il cinquatunesimo stato dell' Unione. Ogni qualche anno i portoricani si recano alle urne con una scheda tripartita e scelgono invariabilmente di mantenere lo status di colonia, quello che imbarazza i loro colonizzatori. Portorico è un pò così in tutto: ha scelto un modo di stare nel mezzo poco interessante.
Anni fa, quando mia moglie faceva il dottorato in Michigan e io, per passare due mesi insieme, m'ero recato là con una borsa di studio, decidemmo di passare le vacanze di Natale a Portorico. Tra tanti posti interessanti dell' America Latina, Portorico ospitava il nostro amico Luis, che insegnava in un' università dell'isola e lì viveva con la sua fidanzata tedesca, che non sarebbe diventata sua moglie. Ci aveva ospitato a casa sua, una villetta con giardino a due passi dall' oceano.
La sera ci si trovava sempre con la stessa compagnia: un gruppetto di matematici e matematiche arenatisi sull' isola, che non erano più riusciti a prendere il largo. S' andava sempre in dei bar diversi, ma si finiva col bere ogni volta gran quantità della stessa vodka Absolut, di fabbricazione svedese, che a Portorico ha la funzione di bevanda nazionale.
Nel gruppo dei matematici c' erano diverse nazionalità, soprattutto statunitensi, ma nessun portoricano. Mi rimane ben impresso Pierre, un coltissimo libanese cristiano-maronita, che dopo più di dieci anni a Mayaguez non aveva ancora tolto le sue migliaia di libri dalle casse in cui li aveva spediti dagli Stati Uniti. Una sera cenammo da lui, mangiando e bevendo in mezzo a decine di imballaggi disordinatamente accatastati nelle stanze del suo appartamento. "Le apro solo quando devo cercare un libro- diceva -Non starò qui a lungo, così mi risparmio la fatica di rimettere tutto nei cartoni."
Una sera Melinda, mia moglie, si divertì a riprenderci con la telecamera mentre parlavamo di cinema e letteratura. Un anno dopo rividi la cassetta. Argomenti di discussione e personaggi stavano a metà tra Salvatores e Moretti, notai con autocritico disappunto.

Portorico, le poche volte che ci avventurammo in città, aveva tutto l'aspetto esteriore degli Stati Uniti, fin nei minimi dettagli; ma sempre con un che di trasandato e fuori posto. L'isola è piena di palme da cocco, ma comprando il cocco grattugiato in un supermercato notai che era stato confezionato in New Jersey, uno stato notoriamente privo di palmizi.
Molti portoricani mi parevano la caricatura di quel particolare tipo di baùscia che in Italia si trova più spesso al Sud che al Nord. Se volevano vestire elegantemente, si mettevano completi bianchi con pantaloni a zampa d' elefante, e giravano con giovanissime ragazze vestite da lampadario brianzolo.

Melinda e io eravamo contenti, comunque. Venivamo dal Michigan polare, ma lì potevamo fare il bagno nell' oceano e passeggiare senza giacche a vento. Soprattutto, c' era Luis.
Si era ai tropici, così le giornate duravano dodici ore esatte, ciò che mi pareva contraddire la generale atmosfera balneare. Ogni tanto mi prendevo una mezz' ora solitaria per andare sulla spiaggia a vedere i pellicani che, a coppie, volavano bassi ed eleganti sulle onde a caccia di pesce.

6 commenti:

Solimano ha detto...

Màz, non c'è paragone con voi Templari Matematici, ma anche noi, nella multinazionale, ci prendevamo certi sfizi, in fondo più graditi che tollerati dal potente management, che non era fatto da stupidi.
Così, al centro di formazione europeo di La Hulpe, l'abbigliamento era casual, salvo i relatori appena arrivati da Armonk o da Tel Aviv. E proprio di fronte all'ingresso principale di La Hulpe c'era una possente scultura di Henry Moore.
Alla sera, tutti nella vasta tavernetta in cui c'era la Cappella Sistina di un enorme graffito sviluppato dagli allievi corso per corso con date e firme.
Servono, gradi ampi di libertà, se vuoi essere veramente libero di fronte all'ignoto o al non ancora conosciuto.
Però, chi fu l'unico che si acchittò con giacca, cravatta e l'armamentario consueto in zona quando si andava dai clienti?
Doveva arrivare per la chiusura del corso il direttore megagalattico extraterrestre e noi eravamo tutti in blu jeans e maglietta. Uno solo si acchittò e fu un italiano, non c'è verso, e i miei tre amici tedeschi, tutti e tre gigantoni sul metro e novanta cominciarono a sfottermi con gli occhi prima ancora che con le parole. Allargai le braccia ... e pagai il caffé ai tre amici gigantoni, che mi dissero che ero nato nel paese sbagliato... stronzissimi (però avevano ragione)!
E che fece il megadirettore intergalattico? Si accorse subito che c'era un pirlotto acchittato, e quando il pirlotto fece una domanda compiacente (i pirlotti fanno sempre domande compiacenti) nemmeno gli rispose.
Per cui: sono più gli aspiranti padroni o gli aspiranti servi?
La multinazionale, appena si acorgeva che uno aveva tendenza al lecchinaggio, lo toglieva subito dalla lista degli high potential. Cose del passato, che però torneranno, se non si vuol regredire all'economia curtense e allo ius primae noctis (che non ci siamo molto lontani). E sai che fanno gli aspiranti servi? Dicono che sono fuori dal coro, al massimo diventano dei Tersite anomici. La sinergia fra progetto e libertà è una sfida possibile, l'unica fruttuosa.

saluti
Solimano
P.S. Però, non confondiamo Salvatores con Moretti. Apprezzo certi film di Salvatores, ma il Moretti di Ecce Bombo, di Bianca, de La messa finita è su un altro piano. Film freschi di giornata, quindi classici.

Giulia ha detto...

Mi ha colpito l'amico Pierre con le sue casse di libri. Ho sempre pensato ai libri quando mi è venuta la tentazione (non frequente) di emigrare. Non potevo rinunciarci. Adesso so come si fa: basta avere delle casse invece che delle librerie, così si può trasferirsi in fretta.
E' bello passeggiare vicino al mare, vero? Io l'adoro.

Un abbraccio

mazapegul ha detto...

Solimano: sulla multinazionale dovresti scrivere un romanzo d'appendice. Moretti, dicevo, perché era un' ambiente che si compiaceva d'essere -almeno rispetto all'isola nel suo complesso- intellettuale. Ma anche Salvatores, quello dei primi film, dove un gruppo di personaggi si trova in un posto sbagliato e non sa come uscirne.
Giulia: Pierre, il libanese, incarnava per me il più coloniale del gruppo. Soprattutto per quel desiderio di mantenersi precario, di non farsi catturare dall'idea di rimanere nell'isola più a lungo; di tornare (credo che ci sia riuscito, anni dopo) negli Stati Uniti.
Tornerò a Portorico in marzo, stavolta per lavoro. Luis non c'è più, e neanche Haedeh, la matematica iraniana del nostro gruppo che lo aveva sostituito. L'unica cosa del viaggio a cui guardo con qualche attesa sono i pellicani.

Ciao e grazie,
Maz

zena ha detto...

Mi sento proprio periferica: non mi sono mai disambientata a lungo, non so affrontare gli sradicamenti.
Ho rinunciato a tante cose, anche molto sollecitanti, per non spostarmi.
Solo l'idea di un trasloco mi terrorizza: i libri, ma anche gli oggetti, sono una specie di àncora permanente.
Per questo ho una grande ammirazione per chi sa 'prender su' e andare.

Barbara ha detto...

Io non ho mai fatto grandi viaggi, quindi leggo queste vostre esperienze con un leggero senso di estraneazione.
Nel senso che mi piacciono questi racconti, ma non riesco a calarmici del tutto.
E' come un romanzo di fantascienza.
Penso che deve essere bellissimo poter vivere certe cose.

mazapegul ha detto...

Zena: io ho invece maturato una specie di fastidio per gli oggetti (che pure, nevroticamente?, continuo a comprare). Metto facilmente qualche radice ovunque mi fermi: sono, in un certo senso, all'opposto dei colleghi a Portorico, che non volevano, o non sapevano, radicarsi nel posto in cui vivevano. Simmetricamente, se vogliamo, i portoricani non riescono (come tanti altri popoli) a uscire dalla disagevole situazione di dover diventare ciò che non sono, di non essere ciò che devono diventare. Spero di tornare su questo punto, quando avrò un'idea più chiara di ciò che voglio dire (il difficile e tortuoso cammino verso l'europeizzazione, in sostanza).

Barbara, i viaggi sono per me -spesso- una noia e una sofferenza. Di ciascun viaggio, anche delle esperienze deludenti, rimangono però delle piccole impressioni, magari che riguardano un piccolo evento durato un minuto. Nel mio taccuino cerco di estrarre quel frammento che ha per me una sua verità.
Succede anche camminando in centro a Bologna: non c'è bisogno di andare a Portorico. Sono frammenti che si possono estrarre da qualsiasi esperienza vissuta (brevemente, ma) intensamente.