sabato 12 settembre 2009

Il Granduca Trombone, Bertoldo e Saul Steinberg

Solimano


Doloroso equivoco - No, io non sono una leonessa,
sono un leone calvo. Steinberg, "Bertoldo", 1938

Ogni volta che vado alla Biblioteca di Lissone, incoccio nei dodici DVD del Corso di Scrittura e provo un senso di colpa, perché in me si annida il bravo bambino, allevato a caffelatte e senso di responsabilità.
Ma se invece di continuare a scrivere senza patente, ricominciassi a leggere, non sarebbe meglio? Proprio a Lissone ho trovato un libro di cui racconterò. Nel libro c'è questo brano di Giovanni Mosca, tratto dal "Bertoldo" del 28 maggio 1937:

Passò Bertoldo in mezzo a tutti quei signori del seguito e subito andò a sedere presso il Granduca Trombone il quale, benigno di natura e amante delle facezie piacevolmente in cotal guisa cominciò ad interrogarlo.
GRANDUCA - Buondì, Bertoldo. Cha fa il grano?
BERTOLDO - Ondeggia.
GRANDUCA - Com'è la collinetta?
BERTOLDO - Amena.
GRANDUCA - E l'aria?
BERTOLDO - Imbalsamata.
GRANDUCA - E i raggi del sole?
BERTOLDO - Benefici.
GRANDUCA - E le vallate?
BERTOLDO - Selvagge e pittoresche.
GRANDUCA - E il panorama?
BERTOLDO - Incantevole.
GRANDUCA - E che cosa si abbraccia con lo sguardo?
BERTOLDO - L'intero golfo.
GRANDUCA - Come sono le bellezze del Gargano?
BERTOLDO - Ignorate.
GRANDUCA - Ma il visitatore che vi giunga da Manfredonia?
BERTOLDO - Ne rimane incantato.
GRANDUCA - E a che cosa possiamo paragonare l'incantevole vista?
BERTOLDO - A un paesaggio di sogno.
GRANDUCA - E qual è la conseguenza del fascino del Gargano che ha una così suasiva potenza di attrattiva?
BERTOLDO - Che chi l'ha gustata una sola volta sarà indotto a tornarvi per spiegare la sua segreta e dolce nostalgia.


Pudor di leone. - E il leone? -S'è nascosto dietro
il paravento: si vergogna di farsi vedere nudo
da estranei. Steinberg, "Bertoldo", 1937

Nella redazione di "Bertoldo" cominciò la carriera di Saul Steinberg.
Così racconta Carlo Manzoni:

"Poi un giorno arriva un giovane coi baffi biondi e con gli occhiali. Ha una grande cartella sotto il braccio. Mette sul tavolo la cartella e tira fuori un foglio con disegnato un ometto che ha un fumetto che gli esce dalla bocca: "Mi piacerebbe illustrare un racconto di Mosca" dice il fumetto. Tira fuori altri disegni e Guareschi li guarda e li mette da parte. "Va bene", dice, "quando viene Mosca glieli farò vedere. Dammi il tuo indirizzo". Il biondino dice che studia architetura, che abita alla Casa dello Studente e si chiama Saul Steinberg. Sono io che gli fornisco la maggior parte delle battute per le sue vignette che disegna con precisione e diligenza. Prende gusto a disegnare per il "Bertoldo" e dimentica l'architettura."


Allo zoo -Ma io non sono un leone! - Già, tutti dicono così
in principio, ma poi... Steinberg, "Bertoldo", 1937


7 commenti:

zena ha detto...

(un po' o.t.)

Scusami, Solimano, se non mi fermo sul post ma mi fermo su un nome, perchè è un nome 'ciliegia', che porta con sè infinite cose.

Il nome è quello di Saul Steinberg, che per me significa 'rappresentazione'della Galleria di Milano, vista come un luogo ingombro di oggetti e soggetti di varia umanità.
Incredibilmente seducente. Roland Barthes l’ha definita un “labirinto”, un “piccolo universo autarchico”, “l’accumulo e l’estensione di funzioni multiple”.

Sai, in occasione di Blog&nuvole, a Milano, ho usato questa immagine e queste parole per cercare di (in)definire l'insieme delle scritture della blogosfera, per suggerirne la varietà.
Un saluto

Silvia ha detto...

Avevo scritto un commento che si è volatilizzato mentre lo stavo finendo.
A volte capita.
Steinberg è un grande e l'ultima vignetta è fulminante, anche se le altre non sono da meno.
Mi piacciono molto i disegnatori di fumetti, soprattutto quelli da pochi tratti. Arrivano al centro delle cose con una linea. Più sintesi di così!
Bel post Solimano.

Solimano ha detto...

A Saul Steinberg ho dedicato a suo tempo un post sul blog del cinema, qui. L'ho scritto due anni fa, e per ragioni di scanner vecchio e di mia scarsa abilità le immagini non sono al livello di quelle che ho messo qui, che vi consiglio di guardare ampliate. Conosco ed ammiro la sua rappresentazione della Galleria di Milano, posto in cui fisicamente vado spesso.

Mi soffermo sul testo di Giovanni Mosca, che corre il rischio di essere mal compreso. Mosca se la prende con i luoghi comuni, sì, ma non i luoghi comuni da chiacchiere da bar o da barbiere o parrucchiera. Questo è usuale, chi non sarebbe in grado di farlo?
Mosca se la prende con i luoghi comuni tiramentosi, da letteratura a un tanto al chilo, sublimisti e ripetitivi. Di ieri, di oggi e di sempre. E lo fa magnificamente, ampliando riga per riga le parole del dialogo fra il Granduca Trombone e Bertoldo.
A me fa molto ridere. Sarà vero che il riso abbonda sulla bocca degli sciocchi, ma a me fa molto ridere lo stesso. Di code di paglia ne ho certamente molte, ma questa no, e mi viene da ridere e non da essere serioso.
Su Giovanni Mosca tornerò presto.

grazie Zena e Silvia e saluti
Solimano

mazapegul ha detto...

Solimano, tranne Guareschi, si tratta di nomi a me (semi)sconosciuti. Il bello di questo blog è anche questo.
Irresistibile (e sottile) l'ironia delle risposte bertoldesche (che ce l'avesse anche coi dannunziani?).
Grazie per la scoperta,
Maz

Habanera ha detto...

D'accordo su Steinberg, che è sicuramente un grande, ma io mi sono divertita soprattutto leggendo il testo di Giovanni Mosca.
Aspetto che tu mantenga la promessa di ritornarci su.

Ciao e grazie
H.

Barbara ha detto...

Non conoscevo nessuno dei due. Mi è piaciuto soprattutto il testo.

Solimano ha detto...

Più che con D'Annunzio, che era certamente retorico senza cadere nelle banalità, Giovanni Mosca prende in giro i dannunziani, ma soprattutto le fitte schiere dei seguaci della prosa d'arte, di cui il maestro riconosciuto era Emilio Cecchi. Di Cecchi ho letto Pesci rossi e Et in Arcadia ego. Bravissimo, ma a rischio, se non si era al suo livello stilistico, perché le cose finiscono per non esserci più, solo le combinazioni di parole, un manierismo di alta enigmistica. La scrittura per la scrittura...
Quello che scriveva meglio in quegli anni, per me era Roberto Longhi, un critico d'arte. Difatti il tempo ha fatto giustiza: da Longhi, oggi, molti critici d'arte hanno preso le distanze (allora era impossibile per tanti motivi, soprattutto opportunistici), ma come scrittore è sempre più apprezzato. Come fa Roberto Calasso nel libro Il rosa Tiepolo.

saluti
Solimano