martedì 25 agosto 2009

Il destino apre tutte le finestre.

Amfortas


Manrico aspettava un segno che gli facesse intendere che doveva perseverare nella sua segreta aspirazione: la scrittura.
Scriveva racconti, strampalati a dire il vero, ma indicativi di un penoso travaglio interiore.
A chi potevano interessare novelle tristi, malinconiche, pervase da un evidente senso d’oppressione? Quando aveva spedito i manoscritti ad un editore, mai aveva avuto risposta.
Questo silenzio carico di disprezzo l’offendeva, si sarebbe accontentato di un cenno di circostanza: "Abbiamo esaminato attentamente il materiale da Lei inviatoci ecc."
Sofismi gelidi che significano semplicemente “No, non ci interessa.”. Parole crudeli, ma avrebbero pur rappresentato qualcosa. La sicurezza di esistere. Una ricevuta di ritorno per la propria vita.
Scriveva di fatti universali: le paure, i timori per il futuro, dovrebbero essere argomenti noti ai più, ma evidentemente si sbagliava, non era così; con gran scorno notava che si pubblicavano una quantità enorme di scrittori comici, da stupidario collettivo. Manrico, che pure aveva il dono di un certo umorismo, non voleva svilire in tal maniera intelligenza e talento.
La passione per il racconto s’era trasformata in ossessione, una droga alla quale non sapeva rinunciare, psicotropo sempre pronto all’uso.
Un giorno il campanello suonò ad un’ora insolita.
Non aspettava visite, né aveva amici che potessero venire a trovarlo.
Pensò subito ad uno scocciatore, il postino con qualche trovata pubblicitaria idiota, i testimoni di Geova, lo spento rappresentante d’inutili aggeggi per la casa.
Guardò attraverso lo spioncino e con sorpresa vide una ragazza bruna, giovane e attraente.
La vita talvolta riserva stranezze e (una veloce spazzolata ai capelli, una rassettata al logoro vestito) aprì esibendo il migliore sorriso.
"Prego, cosa desidera?" -con ansiosa gentilezza.
"Ah, buongiorno, stavo quasi per andarmene" -la sconosciuta- "sono della rivista letteraria "Un autore al microscopio", mi chiamo Ines La Favorita, buffo nome vero? La prego non faccia anche lei la solita ironia!"
"No, non mi permetterei mai signorina” -(cavolo com’era bella!)- “solo ritengo che abbia sbagliato, non vedo, per quanto mi sforzi, cosa c’entri io con la sua prestigiosa rivista".
"Scusi” – l’interruppe il sogno bruno - “lei non è il signor Manrico Pensatore?"
"Sì” -balbettò -"sono io ma…"
"Beh, io sono venuta a farle l’intervista che ha concordato con il signor Herreros, il Direttore, non se ne ricorda più?"
"Certo" -finse- "mi scusi, ma sa com’è… gli impegni, il lavoro, gli appuntamenti che si accavallano, ma s’accomodi, c’è un po’ di disordine, sa noi artisti…"
"Non si preoccupi”-rispose lei subito-“io non sono famosa, ma con il suo metro di giudizio dovrei sfornare un best-seller la settimana!" - e scoppiò in una risata sincera, che le scoprì i denti immacolati, bianchissimi.
Fece sedere l’ospite sulla poltrona migliore, cercando di dissimulare l’eccitazione.
"Allora" - attaccò la ragazza, accendendo il registratore - "quali sono le sue Muse ispiratrici?"
"Guardi"- chiosò Manrico- "non ho segreti particolari, cerco di seguire i sentimenti, le emozioni che mi procurano certe situazioni, rincorro intuizioni e stati d’animo."
E guardò con una specie di molle disincanto un punto della parete.
"La domanda, ora che l’ho vista di persona, mi sembra davvero stupida" - incalzò Ines - "dove un uomo come lei, di gran successo e popolarità, stimato, un vincente insomma, trova anche la sensibilità per interpretare così bene l’animo umano?"
"Vede" - il nostro con leggera malinconia - "per diventare ciò che sono ho sofferto molto, sempre in conflitto con gli altri e me stesso, suppongo sia questo che mi aiuta ad esprimere le mille sfaccettature di quel prisma multicolore che è la vita” (si stava esaltando pericolosamente).
"Ho capito" - quel sorriso bruno - “ma come ottiene spiega il gran successo con le donne?"
La domanda restò sospesa a rimbalzare nella stanza da una parete all’altra. Manrico non scopava da una vita e l’altra metà del cielo lo giudicava brutto, privo d’ogni interesse intellettuale, noioso, tanto che quando riaffiorava qualche sordida reminiscenza dell’ultima performance sessuale, cercava di rimuoverne subito il ricordo, imbarazzato dalle deplorevoli circostanze in cui era avvenuta.
Incredibilmente, in un folle delirio, balbettò: "Sa, noi artisti maledetti, da Baudelaire ad Apollinaire fino ai contemporanei Miller e Buckowskj, per citarne solo alcuni s’intende, abbiamo sempre avuto un grande impatto sulle donne, stimoliamo il loro potenziale sessuale attraverso orgasmi mentali e poi" - e qui s’atteggiò di compunta e partecipe comprensione -"il resto, viene da sé". E s’appoggiò, languidamente, alla sedia.
La ragazza lo fissò turbata: "Certo, la profondità delle parole, lo sguardo magnetico, l’aria trasandata, non nego facciano un certo effetto".
Ormai nel pallone Manrico esclamò: "Anche lei, anzi diamoci del tu, anche tu ne sei rimasta colpita!"
La splendida ragazza arrossì e mormorò un imbarazzato "Sì, è vero", abbassando pudica lo sguardo.
Manrico con fare navigato le mise una mano sulla coscia scoperta da una minigonna delle più arroganti e le esalò in un orecchio: "Su, non combattere con te stessa, lasciati andare, non verrà mai a saperlo nessuno, lascia stare l’intervista. Sono un signore." - e la baciò sul collo.
"Oh, signor Manrico…" -cinguettò disarmata la donna.
Il nostro perse il controllo.
Vide la splendida bruna che si spogliava con frenesia e lui dietro, ormai senza freni.
Ines era seminuda, Manrico coperto solo dai calzini la buttò sul divano, fece per sfilarle il reggiseno ed in quel mentre la stanza s’illuminò, la porta fu abbattuta ed una decina di persone ghignanti entrarono fulminee strappandogli la preda dalle mani.
"Che cazzo sta succedendo" -urlò Manrico -"chi siete? Che fate in casa mia?".
Un uomo con la faccia da stronzo urlò ridendo come un pazzo: "Manrico Pensatore, lei è su Candid Camera, sorrida verso la finestra!"
Febbrilmente, barcollando, si avvicinò alla persiana, dove un giovinastro stava appollaiato su di un’impalcatura reggendo una telecamera.
Lo guardò inebetito. Chissà perché gli vennero in mente le parole di una famosa romanza: "le belle forme disciogliea dai veli… muoio disperato".
Saltò dall’ottavo piano, e mentre lentamente cadeva pensò che avrebbe fatto meglio a scrivere qualcosa di comico: alla gente non interessano cose tristi, vuole divertirsi, ridere, scherzare, soprattutto non intende pensare.
Sull’asfalto assunse una curiosa posizione innaturale, divertente quasi nella sua assurdità, ed il suo ultimo racconto, finalmente, ottenne la prima pagina sul triste quotidiano cittadino.

16 commenti:

Solimano ha detto...

Il presente fascinoso - e sensuoso - brano contiene alcune imprecisioni.
1. Un personaggio come Manrico Pensatore non dissimula l'eccitazione, semmai la simula, poveraccio.
2. Non sono le cose tristi che fanno pensare, semmai quelle veramente comiche.
3. Non rieco a trovare il tempo per leggere Saramago e Bufalino, a stento leggo "Il rosa Tiepolo" di Calasso che pure tratta un argomento che sento consentaneo, per che cavolo di motivo dovrei leggere il triste Manrico Pensatore? (Però i 700 post scritti qui me li sono letti tutti, uno per uno, meditate gente meditate)
4. La bellezza più grande - e segreta - della rete, sono le lettere d'amore che gli innamorati si scrivono, e che leggeranno loro due soli. Su questo dovrebbe puntare Manrico Pensatore (senza spedire fotografie però). Una lettera d'amore ben scritta - e personalizzata sulla persona a cui la si scrive - viene letta con indulgente entusiasmo dall'amata lontana.

Concordo però sul giudizio negativo sulla Candid Camera, su Scherzi a parte e tutte le robastre del genere. C'è stato un signore oggi malnoto alle plebi coglione, si chiamava Nanny Loy, che fece due serie TV mirabili, ma erano vere e proprie storie, mica le odierne frescacce. Forse qualcuno si ricorda la zuppetta nel caffelatte, la vendita di una donna formosa a Porta Portese, la richiesta d'aiuto alle suore per salire sulla scala mobile ecc ecc. La seconda serie si chiamava Viaggio in seconda classe, la prima non ricordo.

Ciò detto, la rete è piena di aspiranti scribacchini che pur di essere pubblicato accetterebbero tutte le Candid Camera più scosciate, comprese le mutande ascellari di felice memoria del Ragionier Fantozzi. Gli scrittori non li cerca nessuno, mentre tutti vanno alla caccia di lettori che si nascondono accuratamente dietro Delitto e castigo e La Montagna Incantata, anche se li hanno già letti sette volte. L'unica è introdurre per legge l'Obbligo di Lettura, che poi lo Scrittore interroga per vedere se il Lettore ha veramente letto oppure no.

grazie Paolo e saludos
Solimano
P.S. E perché il Lettore dovrebbe pagare per leggere? Dovrebbe essere lo Scrittore a pagare per essere letto.

Amfortas ha detto...

Come ho già detto altre volte, i miei cassetti informatici e non, sono pieni di raccontini come questo.
Alcuni sono stati pubblicati su carta, altri in Rete, altri ancora sono inediti.
Questo ha trovato spazio in un'antologia della Perrone un paio d'anni fa, dedicata ai peccati capitali (lussuria, in questo caso).
Nelle prossime settimane, sempre tempo permettendo, ho intenzione di riproporre questi mostriciattoli nelle Stanze. Non sarà un copia/incolla, perché li revisionerò di volta in volta.
Un caro saluto a tutti.

Giulia ha detto...

Quanta gente scrive per il successo e non per la gioia di farlo. Una volta mio fratello (è un critico letterario) mi ha detto: se vuoi scrivere, scrivi per te stessa, devi farlo con gioia, con piacere, deve dare qualcosa prima di tutto a te. Il pubblicare o no è relativamente importante. Infatti può esserlo se vuoi scrivere per guadagnare, ma se scrivi perchè ami la scrittura è davvero come mi ha detto lui tanto tempo fa. Scrivere in rete può essere bello per farti leggere perchè questo in fondo piace a chi scrive.
Se poi pubblichi tanto meglio, anche se ricordo un articolo di Sciascia che diceva che per andare a presentare i libri, come le case editrici gli imponevano, non riusciva a scrivere.

Certo che a parte queste considerazioni fare l'amore con i calzini???? Perchè i piedi nudi no?

Solimano, Nanny Loy. Lui sì che usava bene la telecamera...La ricordo bene "la zuppetta nel caffelatte". Oggi non riesco più a guardare niente ed è sempre più difficile ridere, non perchè non mi piaccia e non lo faccia spesso con gli amici, ma perchè ciò che vedo in Tv o spesso anche al cinema se mai mi fa piangere.
Far ridere è una grandissima arte, e hai ragione Maz di lamentarti di quello che si definisce oggi "comico". Ma a saperla usare la comicità può suggerire anche molti spunti di riflessione oltre che produrre un grande piacere.

Un caro saluto

Ermione ha detto...

Sono portata a provare un gran moto di simpatia verso il povero Manrico Pensatore, come sempre mi accade verso di chi è vittima di quei giochetti feroci. Chissà perché mi aspettavo un lieto fine in questo tuo raccontino, Amfortas; e poi uno con quel nome...
Ricordo benissimo le scenette di Nanny Loy, allora ero una ragazzina e le trovavo estremamente irritanti, mentre stavo sempre dalla parte del malcapitato preso in giro e speravo che, alla fine, assestasse un bel ceffone a Loy. Credo che, rivisti oggi, quegli sketch mi apparirebbero bonari e lievi, ironici e privi di cattiveria.
Io non ho mai avuto la voglia di "scrivere"n ma ha ragione Solimano' la rete è intasata da persone che si credono grandi scrittori, o poeti; mamma mia, quanti poeti incontro in rete!
Il tuo racconto mi sembra carino ed originale, Paolo; aspettiamo gli altri, ma con un finale meno tragico!

Silvia ha detto...

Mi fa tanta tenerezza questo Manrico, porello:)

annarita ha detto...

Povero Manrico, vittima di se stesso! Mi aspettavo fosse uno scrittore di successo che sognava (più che altro sarebbe stato un incubo) una vita da fallito. Una candid camera così crudele sarebbe davvero degna del nostro attuale livello televisivo. Fai bene e tirare fuori dal cassetto le tue storie e a proporle qui. Aspettiamo dunque gli altri racconti. Salutissimi, Annarita

P.S: e non chiamarli piùmostriciattoli!

Amfortas ha detto...

giulia, per me la scrittura è veramente divertimento, altrimenti non scrivo, faccio altro. Di solito, leggo. Oppure ascolto musica.
Quindi tuo fratello ha più che ragione!
(sono Amfortas e non Maz :-)
Ermione, il mio Manrico è un personaggio assai tragico e i finali lieti non sono il mio forte...sono molto melodrammatico, quindi...
annarita, ho dovuto vedere (per questioni professionali) una di queste moderne Candid, una versione americana condotta dall'attuale compagno di Demi Moore, di cui ora mi sfugge il nome. Ti posso assicurare che gli "scherzi" sono assai grevi, il mio esempio ci starebbe comodissimo.
E poi, a proposito dei mostriciattoli, io sono abituato a chiamare le cose con il loro nome :-)
Ciao a tutti.
P.S.
Ho conosciuto Nanny Loy, era una persona di grande spirito ma assai strana.

Solimano ha detto...

Però la ragione più bella per cui si scrive l'ha data Natalie Golberg nel libro "Scrivere Zen".
Il titolo inglese, "Writing Down The Bones" è più migliore assai e meno fuorviante. Un libro non so se più commovente o spassoso.
Dice, la mia amata Natalie: "Perché si scrive? Per scrivere, e basta".

saludos
Solimano

Dario D'Angelo ha detto...

Attendo l'arrivo di altri "mostriciattoli" :-)

Barbara ha detto...

Come povero???
A me questo Manrico sta antipatico dalla prima riga all'ultima riga del racconto, per la sua totale mancanza di umiltà.
Non è umile quando scrive e non è umile quando si rapporta (in ogni senso, calzino compreso) alla ragazza.
Si merita proprio di finire vittima di quelle candid camera che tanto disprezza.

La storia è scritta bene (salve qualche refusino, tipo Bukowski scritto male, a meno che non sia fatto apposta per insinuare che il tipo fosse anche un po' ignorantello, in questo caso sarebbe meglio metterlo in corsivo) e mi è piaciuta perchè rispecchia davvero un sacco di persone che mi passano davanti e che si meriterebbero una bella candid camera di serie zeta. Peccato che ormai le candid camera siano tutte concordate e finte, quindi nella realtà non si può neanche sperare nel finale in stile Anna Karenina.
Vabbè, sognamo coi racconti, che è meglio.
Starò diventando troppo cattivella? ;-)

Silvia ha detto...

Sei ferocissima Barbara, altrochè! Muore gettandosi dalla finestra, prima viene preso per i fondelli in maniera subdola e feroce e tutto per cinque minuti di gloria e una performance sessuale. Un sognatore Manrico, forse un po' depresso, forse incapace di guardare la realtà, o forse bisognoso di fuggire da una realtà ordinaria e squallida, soprattutto solitaria.
A me fa pena questo Manrico che pare non abbia gli strumenti giusti per ritagliarsi un triangolo di cielo. E chi non sogna una vita migliore? Chi non ha piccole fissazioni, desideri, pulsioni?
Nella realtà, nessuna Sig.na Silvani bruna e provocante avrebbe mai bussato alla sua porta e se per sbaglio fosse accaduto, alla prima avance gli avrebbe mollato un ceffone sui denti, come minimo.
E' uno sfigato Manrico, come molti "perdenti" della nostra società, per questo mi fa tenerezza, in fondo non avrebbe fatto male ad una mosca, se non a sè stesso.
Per buona parte del racconto ho creduto che fosse un sogno.

O sono io che sto diventanto troppo buona? Sarà la vecchiaia che porta spesso indulgenza:)

Silvia ha detto...

Come ho riso con Nanny Loi, poche volte nella vita. Lo sguardo degli avventori del bar quando inzuppava il cornetto rimarranno nella storia della grande televisione.
Ogni cosa però ha il rovescio negativo. A lui va il primato di aver inventato il cittadino protagonista televisivo, in quel caso inconsapevole, che proprio per la spontaneità e "normalità" ha fatto scattare l'immedesimazione.
Ora dobbiamo lamentarci del grande fratello 32 che è un'altra cosa, oh, hai voglia! ma l'immedesimazione, trasformatasi in vojerismo, purtroppo, ha la stessa matrice.

p.s. io non aspiro a scrivere, giuro, stati tranquilli:) Mi limiterò a leggere, che anzi, non ho mai tempo e occhi abbastanza.)

Amfortas ha detto...

Solimano, non conoscevo la definizione che citi, ma mi pare assai azzeccata!
Dario, bene allora, abbi un po' di pazienza :-)
Barbara, la citazione è sbagliata, lo so da tempo (credo di aver letto tutto del "vecchio porco") eppure mi scordo sempre di correggere. Grazie comunque!
Silvia, beh, ma tu dipingi, vuoi metterti pure a scrivere? :-)
Anche a me questo Manrico è abbastanza simpatico, perché ho con lui qualche punto in comune.
Io sono molto più imbranato con le donne, peraltro.
Ciao!

Barbara ha detto...

No Silvia,
non mi sta antipatico perchè sogna un futuro migliore, ci mancherebbe.
Mi sta antipatico perchè lo sente come dovuto. Lui sente come suo diritto una risposta degli editori (sarebbe buona educazione, questo è vero, ma a una certa età bisognerebbe sapere come va il mondo, no?), si sente superiore a quelli che fanno umorismo (ce ne fossero, che c'è tanto bisogno di una sana risata) e quando gli si presenta la ragazza non gli passa neanche per l'anticamera del cervello di dire: -Scusi, ma ci deve essere un errore.


Bravissimo Amfortas a fare un ritratto in poche righe che crea dibattito e voglia di interpretazione.
Questi tuoi racconti potrebbero andare anche nella Biblioteca, oltre che nel diario in rete, così sarebbe più facile ritrovarli nel momento che uno volesse rileggerseli.

Silvia ha detto...

E' sempre molto interessante vedere come gli stessi aspetti fanno scaturire sentimenti così diversi.
Infatti ha scarsissima autoironia Manrico, motivo principale per cui lo ritengo totalmente indifeso e quindi mi fa pena.
Se non ne fosse stato così privo, forse avrebbe potuto fare anche successo.
E' molto umano nelle sue contraddizioni, ed è stagione per me, di essere tollerante.


Am non fare il modesto, che poi, noi, non possiamo smentirti, ma qualcosa mi dice che fai strage di cuori:)Bè,uno di sicuro:)Saluti al generale.

Solimano ha detto...

Paolo, trovo splendida l'idea di scrivere sette racconti abbinati ai Peccati Capitali (e mi piacerebbe darti una mano come procuratore di immagini, suggerirei incisioni tedesche del Quattrocento e del Cinquecento).
Metto in pratica anche qui l'utilizzo dei fil rouge, che è un modo di uscire dalle costrizioni della rete in cui occorre scrivere corto. Fil rouge vuol dire la possibilità di avere il fiato lungo su un argomento.
Una operazione molto bella la svlse su Golem una scritrice che conosco, la mantovana Isa Melli: "I ritratti di virtù". Esistono anche virtù dai nomi strani: Dovizia, Furore...

saludos
Solimano