lunedì 15 giugno 2009

Sogni da cactus

Barbara


Dedicato al cactus di Annarita

-Che brutta questa pianta- esclamò ad alta voce Lauretta.

Sua nonna, da ben ventinove anni, si ostinava a tenere sul terrazzo della loro casa di Roma un cactus gigante. Cioè: quando lo aveva piantato il cactus era piccolo piccolo, poi nel corso dei famigerati ventinove anni era diventato una specie di mostro tentacolare che occupava quasi tutto lo spazio.
-Come ti permetti!- rispose il cactus, tutto offeso. Non ne poteva più di quella bambina saccente e petulante che, tutte le volte che veniva in vacanza da loro, lo prendeva in giro.
Lauretta non si scompose: -Mi permetto eccome: sei brutto, tutto pieno di spine e senza neanche un fiorellino! Ma che razza di pianta sei, che non hai nemmeno una fogliolina?
-Io, cara la mia saputella, sono una pianta molto importante. Sono nato nel far west, mica è poco.
-E dove sta questo far west?
-Oh beh, è lontanissimo: ci sono i deserti nel far west, e il deserto da dove vengo io è quello di Sara, il deserto più deserto di tutti. Solo i cactus di qualità sopravvivono.
-Vorrai dire il deserto del Sahara!
-Pfui! Ignorantella sei, anche se sembri una so-tutto-io! Nel deserto di Sara c’è tanta sabbia e ci sono gli scialli-calli!
-E cosa sarebbero?
-Sono dei lupi con le zanne affilatissime, che si nutrono solo di cactus! Per questo noi ci difendiamo facendoci crescere tutte queste spine, così gli scialli-calli stanno lontani.
- E i cow boy li hai visti mai?
-Ah, i ragazzi mucca, come no: hanno il corpo da mucca e il torso da umano, e sotto la pancia tante mammelle da cui esce il latte. Pascolano per il deserto di Sara e ogni tanto arrivano gli indiani che se li portano via, questi ragazzi mucca, perché hanno bisogno del loro latte.
-Ma sui film i cow boy sono un’altra cosa-protestò Lauretta.
-Cosa vuoi che ne sappiano i film! Lo saprò meglio io come funziona il deserto, visto che ci sono nato, no?
-La nonna dice che sei nato in una serra…
-Inezie! Serra o non serra, io il deserto ce l’ho nel sangue. Ora ti racconto…

Da quel pomeriggio Lauretta andò tutti i giorni a sentire le storie che gli raccontava il cactus. Quelle che preferiva parlavano dei canion, enormi cani della prateria che non riuscivano mai a stare fermi perché avevano troppe pulci.
-Così tante pulci –aggiungeva il cactus facendosi bello- che devono venire a grattarsi la schiena sulle nostre spine per avere un po’ di sollievo.
Poi il cactus spiegò pazientemente alla bimba che se era cresciuto così tanto era perché voleva arrivare fino al tetto della casa.
-Se riesco ad arrivare lassù mi farò vedere da un volto-tojo, uno degli enormi uccelli che volano sopra il deserto, e magari gli chiederò se mi da un passaggio fino a casa.

Quando fu il momento per Lauretta di tornare dai genitori il cactus volle farle un regalo: anche se era una signorina perfettina era pur sempre l’unica amica che gli fosse capitata in ben ventinove anni.
Quindi si concentrò, si spremette, si contorse, pigiò, sbuffò, ansimò, spinse, ruttò e alla fine fece sbocciare il suo fiore più bello.
-Accipicchia- ammise la bambina, ammirata suo malgrado.
-Hai visto? E tu dicevi che non ne ero capace…


5 commenti:

Solimano ha detto...

Barbara, ho avuto anche l'esperienza delle pulci, tale e quale i canion: non si riesce a stare fermi.
Allievi ufficiali di complemento, portati in parma de mano. Con divisa fuori ordinanza, eravamo detti i fighetti della Cecchignola. Tutta invidia.
Solo che ci toccava ogni tanto di fare i turni di guardia, e dormire quelle due ore possibili su brandacce senza lenzuola, usate da tutti i turni di militari. Così noi, ripulitissimi, gente da du' docce al giorno, ci trovammo le pulci. Infine le sterminammo una per una, ma prima di ultimare il massacro pulcioso, io mi ero affezionato: tu devi vedere che salti fanno le pulci: roba da non credere, come se noi saltassimo sopra un grattacielo.
I pidochi -altro genere- capitano ancora nelle scuole. Ogni anno alle medie qui vicina a casa, dove insegnava mia moglie, ce n'erano alcuni casi. Però i casi si nascondono: una volta i ragazzi co' pidocchi si riconoscevano perché li rapavano a zero.
Ho conosciuto anche le zecche, ma sarà per un'altra volta.

grazie Barbara e saludos
Solimano

Barbara ha detto...

Ah, i pidocchi...quante cose che mi vengono in mente...

Ma anche tu usavi un catus per grattarti le pulci? :-)

Solimano ha detto...

No Barbara, niente cactus. Il problema era strutturale. Le uniformi militari erano fatte di un tessuto tale che il prurito era sistematico, a parte le pulci.
Gli insetti sono un gran bell'argomento, e anche i ragni, ce n'è da raccontare.
Ieri sera ho avuto una buona notizia: è ricomparso, fra le 21.30 e le 21.35 il pipistrello che gira a zig-zag attorno alla quercia del mio giardino. Dieci anni che lo fa, magari è il bis-bis-bisnipote del primo pipistrello. Sempre solo e sempre a quell'ora, una cultura che si è trasmessa senza contestazioni di sorta.

saludos
Solimano

annarita ha detto...

E brava Barbara con questa allegra storia piena di deliziosi nonsense pieni di senso dell'umorismo. sono contenta che il mio cactus ti abbia così ben ispirata. A proposito, la fioritura continua! Sono sbocciati in tutto sei fiori, peccato che durino solo una giornata e poi si richiudano riservati sul loro stessi, riavvolgendo lo splendore rose dei petali e il pimpante giallo dei pistilli nel peloso bozzolo protettivo!
Sento un po' di prurito... che voi sappiate, pulci e pidocchi hanno imparato a muoversi nel web?
Salutissimi, Annarita ;-))

Anonimo ha detto...

E' un tiro mancino parlare di prurito a chi non ha neppure un cactus a disposizione: solo una spazzola per i capelli:))

zena