venerdì 5 giugno 2009

Fenomenologia delle palle di carta

Barbara


Tanto tampo fa, in un paesino sulla costa dell'Adriatico, le famiglie non avevano i termosifoni e durante le fredde sere invernali si scaldavano con la stufa.
La stufa avrebbe dovuto essere a legna ma in quelle famiglie di poveri operai e pescatori la legna scarseggiava. Allora si usava una risorsa che non mancava: i bambini.
No, no, cosa avete capito? Mica davano fuoco ai bambini!
Voglio dire che appena arrivava la primavera sguinzagliavano i bambini, che invece di stare tra i piedi andavano a scorazzare all'aperto e oltretutto si rendevano pure utili. I più grandi dovevano cercare la legna spiaggiata, i piccoli andavano a caccia di vecchi giornali buttati via. La legna spiaggiata veniva messa a seccare nelle cantine, i giornali invece finivano dentro dei grossi secchi pieni d'acqua. Dopo una giornata a mollo la carta diventava una poltiglia che poteva essere facilmente lavorata.
E così si facevano le palle di carta.
Più si strizzava più la carta era pressata, e più la carta era pressata più la palla sarebbe durata una volta buttata nella stufa. Le palle venivano lasciate ad asciugare al sole, e una volta che erano diventate secche e dure venivano ammassate in cantina, insieme alla legna spiaggiata, in attesa del momento del bisogno.

Quando Lilli si accasò volle il camino.
Quando Lilli si accorse che il costo della legna si aggirava sui tredici-quindici euro al quintale ne limitò drasticamente l'uso.
Quando Lilli vide che il suo negozio sprecava settimanalmente quantità criminali di carta (bolle in triplice copia, circolari, volantini pubblicitari, riviste mensili gratuite) si sentì in colpa nei confronti del pianeta e del sistema solare tutto.
Poi le venne un'idea.

p.s. Brava Ermione!

11 commenti:

Solimano ha detto...

Mia sorella ed io avevamo un sistema migliore: le castagne d'India. A Fiorenzuola d'Arda, vicino a casa (anzi, al casello) c'erano quattro viali di ippocastani ed alla mattina presto venivamo sguinzagliati con i sacchetti di iuta a raccogliere le castagne cadute di notte. Se poi era piovuto, facevamo tre giri. Funzionavano bene per le stufe ed è una bellezza vederle: siccome sono castagne timide (e grosse) arrossiscono fino all'incandescenza. Però mi rendo conto, le librerie o posti del genere non sono l'habitat ideale per gli ippocastani... e ci vuole del tempo per farli crescere, sono bestie lente. Andate avanti con le palle di carta, che di carta da buttare ce n'è finché si vuole.

grazie Barbara e saludos
Solimano

zena ha detto...

Il camino è una cosa grande, per me.
Mio marito ne ha costruito uno nella casina di cui parlo, ogni tanto.
Nudo,di mattoni vecchi e una vecchia trave riadattata; l'ha fatto come lo ricordava da bambino, nelle corti di campagna.

Per me ha un potere ipnotico il fuoco acceso e ne amo il rumore e l'odore: lì vanno a finire le ramaglie cadute, i pezzi di alberi defunti del giardino...
Il camino si è pappato 'st'inverno la polpa bianca di un salice preso di mira da un fulmine.

In questo modo mi pare che niente vada sprecato: gli alberi entrano in casa, la cenere torna fuori, a fare da concime. Un ciclo, insomma.
Alle palle di carta non avevo mai pensato...
Si può fare, si può fare:)
Un saluto.
z

Ermione ha detto...

Anche se non le ho mai usate, sapevo del sistema delle palle di carta pressate; qualcosa di simile al pellet, ma molto più artigianale e casalingo. L'idea per il mio grande camino in campagna non è male; anche perché, ha ragione Solimano, c'è tanta di quella carta inutile!

Silvia ha detto...

Che bella idea, non ne sapevo.
E se potessi ti darei volentieri tutta la carta che raccolgo in ufficio. Quintali.
Non solo tu ti senti in colpa verso il pianeta. Io riciclo anche il rotolo di carta della calcolatrice. Guai a gettarlo se non l'ho usato da entrambe le parti, mi arrabbio.
Ma poi mi volto e vedo fare scempio di risme di carta a gogò, senza il minimo criterio.
Quando posso intervengo cambiando c procedure in modo tale che se ne limitino gli sprechi.

Giulia ha detto...

Ottima idea cara Barbara. Anche io ho sempre adorato il camino.
Avevo una casa in campagna che purtroppo non ho più in cui mi ero fatta fare un camino che amavo molto. Passavo giornate davanti con un buon libro e ritrovavo la calma.

Baci

Barbara ha detto...

Solimano: dunque anche tu venivi sguinzagliato? :-)

zena: concordo. Il camino è un piacere della vita quasi irrinunciabile. Fissare le fiamme è catartico.

Ermione: io conoscevo questa teoria delle palle di carta perchè me la raccontavano sempre a casa. Nonna la stufa ce l'ha avuta fino agli anni ottanta, e io me la ricordo, che ero piccina andavo a trovarla e lei tuonava: -Non ti avvicinare che te scotti!!!!
Anche ad agosto c'avevo paura a toccarla eheheh!

Silvia: come accennavo da qualche parte è molto difficile che io ceda ai sensi di colpa. Ma nel caso della carta ho fatto un'eccezione.
Sai quanta ne produciamo a settimana noi? Vergognoso, davvero. E pensa che il nostro negozio è piccolino, non oso immaginare quanta ne vada sprecata nelle grandi strutture. E poi non riesco a capire perchè non si sia ancora arrivati a usare la carta riciclata per tutto quello che riguarda la produzione di negozi e uffici e la pubblicità: i fax, le bolle, le circolari, l'informalibri (sarebbe la rivista mensile prodotta dal franchising, da dare ai clienti per aggiornarli sulle nuove uscite: è PATINATA orrore orrore orrore), gli aggiornamenti prezzo e chi più ne ha più ne metta. Mah!

Giulia: ti capisco. Un camino, un bel libro e ci si riappacifica con il mondo!

zena ha detto...

Sapete, qui da noi era quasi una professione il sistemare la legna per l'inverno. C'era un omino strano e sottile che faceva questo lavoro.
Io gli ho dedicato un raccontino dei miei, tempo fa.
Ve lo appoggio qui, se vi fa piacere leggerlo:)

L’uomo della legna

Il cappotto era sempre troppo corto di manica, con le maglie pronte a uscire e a battere sul polso.
E la sfiancatura sempre troppo in alto, a segnare il punto della vita vicino alle ascelle.

Era un uomo molto alto.
Un uomo di fumo lungo, da camino.
Camminava e parlava da solo, come per un dialogo, cominciato da lontano, a pezzi e a bocconi.
Si fermava, nei momenti di tante parole, ripetute ripetute a scatti nervosi.
E teneva la testa con le mani, allora, sfregandola forte e un po’ maltrattandola.
Cambia il tempo, dicevano i vecchi, che alla pazzia, qui, guardano quieti, come a cosa che sta dentro la vita, non maligna: solo una grinza dei pensieri.
Il paese sa e contiene.

L’uomo molto alto non aveva la grazia del poeta che saluta con le rime e cammina come l’ultimo dei tarocchi, occhi per aria, incurante dei morsi.
Non aveva neppure l’aria severa dell’altro, in bicicletta: quello impietrito sull’argine, a contare i morti invisibili, che scendono stanchi, stagione dopo stagione, lungo il Po.

L’uomo molto alto solo aggiustava la legna.
E girava l’autunno a tenere d’occhio i cortili, a cercare cataste da sistemare nei rustici.
Chiedeva questo lavoro con tante parole, ripetute ripetute a scatti nervosi.

Torri di legno verde e sottile.
Fascine di salice, con l’odore di Po, disposte con la grazia di nidi selvatici.
Rocche basse, di legna forte e asciugata.
Opus intextum di rara eleganza.

L’uomo molto alto lavorava fitto per ore e tornava a vedere nei giorni le creature di legna, pronto a sgridare le donne arruffone e a puntellare le sue geometrie.

Dalla vedova in carne lasciò un castello di legna, coi pezzi a lisca di pesce, come ciottoli fini.
Tornava spesso, perché un bicchiere di vino ogni tanto che male può fare.
Bussava ed entrava.
E ringraziava con tante parole, ripetute ripetute a scatti nervosi.

Ma un giorno la porta non si aprì.
L’uomo molto alto aspettò.
Aspettò anche il giorno dopo e altri ancora.

La legna fu tutta in strada, un mattino: come spazzata via dal rustico durante la notte, da un vento cattivo.

Silvia ha detto...

Barbara, la carta riciclata ha una grana e una grammatura "poco" tollerata dalle fotocopiatrici e fax e stampanti. S'inceppano capisci?
Guarda caso s'inceppano sempre se non usi carta fabriano doc e poi, poi non è così bella bianca come quella "vera".
Battaglie perse, tutte, che combatto da anni. E noi andiamo a risme al giorno. Ma non demordo. Io navigo nei sensi di colpa, però mi arrabbio, anche, a bestia:)

annarita ha detto...

Queste palle di carta credo abbiano proprio suggerito l'invenzione del pellet, che tanto va di moda ultimamente. Anche nella mia casa a Vetralla c'è un camino, ma lo usavo raramente. Forse perchéi miei figli, da piccoli, perfidi come tutti i bambini quando si arrabbiavano, mi dicevano che avrebbero preso i miei libri per accendere il fuoco...
Sullo spreco della carta ci sarebbe da dire molto, soprattutto nella pubblica amministrazione. Sapete quanti lavoro oggi si possono svolgere on line, salvo poi sentirsi richiedere la solita copia cartacea? A che pro allora informatizzare certe procedure? La cultura degli archivi elettronici è ancora di là da venire in ufficio.
Salutissimi, Annarita.

sabrinamanca ha detto...

Anche noi avevamo un camino e andavamo in giro per la campagna a cercare combustibile pero' la carta la usavamo solo per accendere, poi era legno, anche se a volte non proprio del migliore, e allora sai che fumate...davvero utile questa cosa delle palle di carta, brava, a me fa male al cuore vedere la carta sprecata!

Zena: grazie per il tuo uomo lungo di fumo che resterà nel mio immaginario!

Solimano ha detto...

Zena, a Parma usavano due termini, che italianizzo: sgaggio e macchia.
Sgaggio era il creativo, elegante, vivace, sorprendente, ammirato dalle donne, anche amato (ma in genere non da sposare).
Macchia era il capro espiatorio dei gruppi, ogni gruppo aveva il suo. Non per volontariato, ma perché i gruppi avevano bisogno di un capro espiatorio per moderare l'aggressività sfogandola impunemente. Ognuno aveva il suo tornaconto, compresa la macchia.
Parlo al maschile, sulle donne non so, ma certamente c'era qualcosa del genere.
Il problema era che lo sfigato o macchia o mezzo matto o matto intero non era immune dall'innamoramento, ed erano innamoramenti del tutto scoperti, imbarazzanti, ridicoli, dolorosi, alla fine drammatici (è la parola giusta).
Questa situazione c'era anche nel mondo a sé degli agrari, ed era peggio. Il familiare balengo veniva nascosto, apparentemente difeso, in realtà isolato ed emarginato dagli stessi familiari. E poteva diventare anche pericoloso sessualmente.
Tutto un mondo che è non è finito, oggi si crede di risolverlo distogliendo lo sguardo, fingendo che non esista, o appaltando a servizi pubblici o privati la gestione quotidiana. Le famiglie si vergognano, anche, perché vengono tacitamente colpevolizzate e finiscono per autocolpevolizzarsi. La non accettazione delle anomalie che l'esistenza mette nel piatto è la soluzione peggiore, meglio gli antichi greci per cui il folle era sacro. Più in generale, la non accettazione del dolore. Il dolore c'è.

grazie Zena e saludos
Solimano