domenica 8 marzo 2009

Far finta di essere Pani, nella vera Città delle Donne

Amfortas





Ho paura e l’ansia mi divora, sono seduto con un libro in mano, mi guardo intorno e leggo svogliatamente qualche pagina; non trovo la necessaria concentrazione, ed allora lascio andare la mia mente…



Dunque, io ho partorito con dolore, perché non è che si frequenta l’oratorio per 15 anni per nulla, il 23 settembre 1989.
Nei giorni scorsi, di conseguenza, mio figlio è diventato maggiorenne.
Mio figlio? Boh, non so, forse mia figlia. Se devo essere sincero, la mia creatura non si è data mai una connotazione sessuale precisa. Voglio dire, qualche volta si comporta secondo i più biechi stereotipi femminili, mentre, in altre occasioni, pare il sergente di ferro di Full Metal Jacket. Non c’è una regola e francamente mi pare assai comoda, ’sta situazione.
Peraltro è anche vero che io sono maschio, quindi impedito per default alle gioie del parto.
Una cosa è certa, il suo primo vagito è stato indimenticabile, fragoroso, spettacolare. Pareva uno di quei personaggi di Márquez, che ne so, uno dei tanti Buendía che sbucano dal nulla tuonando scoregge ed esibendo un cazzo che fa provincia, avvolti da uno sciame di locuste che oscura l’orizzonte.
Ero lì, tranquillo, felice nella mia beata incoscienza, disteso sul letto e, semplicemente, la creatura si è manifestata. La belva è uscita. O meglio, è entrata. O non so.
Dopo quell’esordio mirabolante, ad intervalli periodici, ma senza nessuna regola, torna a trovarmi.
A dire il vero io so che c’è sempre, anche quando non s’appalesa concretamente.
Anzi, mi ci sono pure affezionato.
Perché, diciamolo, se è vero che a causa sua sono stato costretto a rinunciare a tante occasioni, è altrettanto vero che quando ho combinato qualche stupidaggine ho sempre avuto la scusa pronta.
Sto male” un messaggio pubblicitario perfetto: concreto, rivolto ad un target universale perché fruibile da tutti, una specie di passepartout che apre solo le porte che ti fanno comodo ma, soprattutto, le chiude a tuo piacimento.
Insomma, alla fine, si tratta di una maternità non cercata ma definirla indesiderata mi pare eccessivo, ecco.
In ogni modo, e ciò non può che riempire d’orgoglio un egocentrico come me, mi sono ingravidato da solo: sono contemporaneamente il padre e la madre della mia prole. Sono troppo avanti, io.
E poi, con il passare degli anni, la furia incontrollata con la quale si manifestava la bestia si è affievolita, tanto che proprio in occasione del suo ultimo compleanno ho pensato che, forse, per il frutto del mio ventre un anno equivale a sette, come per i cani.

…perché?
È presto detto, l’ambiente che mi circonda è popolato da donne.
Infermiere, sì, ma anche pazienti.
Pazienti nel senso di malate.
Malate nel senso di malate di cancro al seno.
Sono dappertutto intorno a me, in attesa di sottoporsi alla chemioterapia: senza capelli, pallide, ma quasi sempre sorridenti; sembra che siano in attesa di sbrigare una pratica di poco conto, serene, spessissimo sole.
Parlano tra di loro della malattia che le ha colpite come fosse un argomento qualsiasi, con leggerezza, quasi; sempre con sincerità, senza falsi pudori.
Io le guardo: sono attanagliato dalla paura, io che sono sano, tanto da non riuscire a leggere uno stupido libro che parla di musica lirica.
La maggior parte di queste donne ha deciso di portare la parrucca, unico segno di debolezza, forse estremo argine nei confronti della tracimazione morbosa, oscena, perfida e violenta dell’uomo; oppure tributo, l’ennesimo, d’apparire normali in una società costruita a misura di maschio.
Eppure questa è la Città delle Donne, l’uomo non dovrebbe avere neanche il permesso d’avvicinarsi, a queste mura.
Ma mi è troppo doloroso proseguire…e lascio andare di nuovo la mia testa, cercando di stanare quell’autoironia che mi ha spesso aiutato a sopravvivere…


C’è da considerare anche un’altra circostanza: vivere e crescere accanto a me non è facile. Roba che ti dovrebbero assegnare la pensione per lavoro usurante.
Sì, perché qualche volta penso che io metto ansia all’ansia tanto sono agitato di mio. Credo che sia venuta da me e si sia trovata così bene perché sentiva aria di casa. La componente anticipatoria dell’ansia dalle mie parti è sempre in ritardo, sono straordinario nel rovinarmi la vita e a vedere il nulla di un bicchiere che è sempre mezzo vuoto.
Ancora, che dire del fatto che è riuscita, questa creatura, a farmi studiare? Beh studiare non è forse il termine adatto, però dopo cinque anni di psicoterapia anche un incolto come me amplia l’orizzonte delle sue conoscenze. Certo, alcune cose avrei preferito non saperle, specialmente i meccanismi che regolano le mie reazioni emotive più stupide: mi sento come un topo di laboratorio che sa perfettamente che mangiando il formaggio prenderà la scossa, ma non fa nulla per evitarlo.
Però conoscere se stessi aiuta a capire meglio gli altri, per questo posso dire che l’ansia patologica, gli attacchi di panico, mi hanno reso una persona migliore di quella che ero.

…queste donne hanno, in percentuale straripante, un’età compresa tra i trenta ed i sessant’anni: le ragazze più giovani sono eccezioni, quelle più grandi normalmente seguono altri percorsi terapeutici.
Quante sono, queste donne, se in una sola mattina ben settanta sono presenti in questa sede ospedaliera, disciplinate, sorridenti, e riescono a leggere un libro?
Si chiamano per nome…


Prima, quando ero sano, sentivo ma non ascoltavo, guardavo ma non vedevo.
Inoltre ho imparato una pletora di frasi che fanno colpo in società, perché non è che a chiunque, ad una ragazza che ti dice che si sente in un tunnel, viene da rispondere che vorresti rischiarare il suo cono d’ombra, così, di primo acchito. Fa più effetto di una battuta colta, perché le battute colte di solito sono autoreferenziali, a senso unico. Non sono capite dall’interlocutore ed il silenzio che le segue è agghiacciante. Peggio ancora quando suscitano imbarazzate risatine di circostanza all’uditorio, con la gente che si guarda intorno smarrita.
C’è una sola cosa peggiore di una battuta colta andata a vuoto, e cioè quella che colpisce il segno.
In questi casi, senti le risate sguaiate di chi ha apprezzato la finezza e vuole far pesare la propria superiorità sugli altri, si guarda intorno cercando un’intesa intellettuale, la trova in una racchia orrenda rinsecchita in un angolo e poi vanno via insieme a fare la settimana enigmistica.
Sei sempre in vantaggio sui sani, perché non sanno come manifestarti la loro solidarietà e se ne escono con le banalità più fruste, ciangottando un misero “Ti capisco ma, devi essere forte ché non ti manca nulla per essere felice” mormorato ad occhi bassi, guardando l’orologio e con l’espressione di chi ha la triste consapevolezza di mentire che ha Federico Fazzuoli quando magnifica le qualità del vino Tavernello.
A quel punto puoi farli sentire in colpa con facilità, specie se in passato ti hanno fatto qualche sgarbo, oppure così, solo per il gusto di umiliare qualcuno che è evidentemente irreprensibile dal punto di vista morale.

…Betta, Silvia, Francesca, Claudia, Sonia, Paola; si danno del tu: “Come stai?Hai avuto la nausea?I dolori?Come sono i globuli bianchi?
E sorridono.
E tornano a casa.
E preparano il pranzo.
E continuano a pensare al futuro.
Ed io abbasso gli occhi, incapace non dico di programmare il domani, ma neanche il minuto successivo…e allora ripenso, per liberarmi dalla mia inadeguatezza…


Io e la mia ansia siamo stati in tanti posti, in barca d’estate, per esempio: “Hai preso tutto c’è la tanichetta di benzina hai un centinaio di litri d’acqua in caso di naufragio le gallette se ti prende una tromba d’aria le pastiglie per l’aritmia per il mal di mare per il mal di testa il vaccino per il tetano se monti su di un chiodo arrugginito quello per la malaria se una zanzara stronza a causa del cambiamento del clima si è persa due mulinelli di riserva nel caso s’inceppino quelli che sono montati un’ancora di riserva due asciugamani il cellulare di riserva e se sì è carico o ti sei dimenticato di ricaricarlo?”
Per l’ansia, la punteggiatura è un optional come in “Il male oscuro” di Giuseppe Berto.
Il tempo di rispondere a metà di queste domande e siamo in autunno, chè devi rivedere tutto l’equipaggiamento, ma lei è subito lì, come un’infermiera professionale gratuita: ”Il vaccino per l’influenzaaaaaaaaaaa!”.
Una compagna di viaggio straordinaria, impagabile, ovunque e con qualsiasi mezzo io parta.
Non sei mai solo, accidenti, vuoi mettere? C’è gente che per avere un po’ di compagnia va agli after hour.
D’accordo ogni tanto ti devi prendere qualche psicofarmaco, ma non è detto che sia un male apparire euforico ad un funerale, la gente ti guarda e pensa: “Quello sì che ha capito il senso della vita”, neanche fossi uno dei Monty Python.
Insomma, ora che la mia creatura è grande, spero che diventi come i trentenni mammoni di oggi, che non ce la fanno o non vogliono ad andare via di casa e farsi una vita propria.
Anzi, attendo con ansia, è proprio il caso di dirlo, un ministro della salute che affermi coram populo che soffrire è bello, come pagare le tasse.
Perché l’ansia, gli attacchi di panico sono molto meglio delle tasse, almeno paghi ma vedi dove finiscono i tuoi soldi ed hanno pure un sano effetto dimagrante, salvo che tu non scelga accessori davvero costosi come l’anoressia e la bulimia, che però non sono parte del modello base.
E se uno vuole strafare, allora mica è colpa mia.

…ma vi ammiro.
Quanto Vi ammiro, voi Donne.
Quanto ci potete insegnare.
Quanto vorrei essere come Voi.


.
“Far finta di essere Pani nella vera Città delle Donne” perché questo titolo?
Facile.
Con un solo cambio di consonante rendo omaggio ad un (per me) grande cantautore, Giorgio Gaber, e ad un attore che ho considerato in costante overacting come Corrado Pani, che non posso saperlo, ma per me era ansioso di sicuro, un affabulatore istrionesco, canaglia e un po’ cialtrone come me.
La seconda parte del titolo, non ha bisogno di spiegazioni.
Sulla scelta della foto taccio volutamente.

Paolo Bullo

10 commenti:

annarita ha detto...

Non occorrono parole per questo tuo post. Anzi, non ci devono proprio essere altre parole che si sovrappongano alle tue. Un abbraccio e un sorriso, Annarita.

Giulia ha detto...

Sono d'accordo con Annarita. Si legge in silenzio e si lascia che le tue parole ti scorrano dentro...
Baci
Giulia

sabrinamanca ha detto...

Ma che avete tutti voi di questo blog che tentate di farmi piangere da stamattina?
E alla "dedica" di Silvia sgrano gli occhi, e a "per tutte le donne"di Annarita lavoro sul respiro per trattenerle ma sfuggono e qui, su 'sto disgraziato del Pani e la sua città, mi si trasformano in un rubinetto, ma che dico rubinetto, in una cascata, in una diga sfondata da una pioggia torrenziale: accidentaccio, mannaggia a te mannaggia!!!
( ma piango di commozione all'idea che esistano persone capaci di esprimere tali sentimenti, vivaddio)

Solimano ha detto...

Paolo, questo non l'ho scritto la prima volta che ne hai parlato.

Tre persone che conosco ebbero il cancro al seno. Sopravvivono tuttora, sono passati diversi anni. Non si conoscono fra di loro, vivono in tre città diverse. Tutte e tre istruite e appagate del proprio lavoro. Tutte e tre con un matrimonio che funzionava e non per rispetto alla carta bollata o per tran tran, funzionava veramente da vent'anni.
In tutti e tre i casi l'operazione andò bene, ed anche i successivi periodici controlli.
Eppure, tutte e tre, dopo, soffrirono di grave depressione che durò più di un anno e da cui uscirono con molta fatica.

Perché lo scrivo? Perché sono convinto che esista una specie di imprinting biologico/etologico/culturale con cui è quasi impossibile fare i conti con amicizie,letture, idee, conversazioni, chiacchiere.
Va affrontato e superato con una lotta quotidiana che dura mesi e mesi. L'unica cosa da fare all'inizio è prenderne consapevolezza. Prima o poi se ne esce. Nei tre casi, il sostegno dei mariti fu quasi determinante. Sostegno per mantenere il lavoro, sostegno in casa, sostegno paziente e forte.
La vita non è un sogno, è una cosa che c'è, e in primo luogo come cosa va trattata, con manualità attenta. E il topo mangia il formaggio perché vale la spesa della scossa.

grazie Paolo e saludos
Solimano

Amfortas ha detto...

annarita, grazie :-)
Giulia, grazie anche a te :-)
Sabrina, mi fa piacere che anche tu abbia apprezzato...mi spiace per le lacrime, ma è colpa dei post che hai letto prima :P
Solimano, guarda, mia moglie non ha mai passato periodi di depressione, né prima né dopo. Ha un carattere e una volontà incredibili e credo che l'unica cosa che ho fatto io è stata di farla incazzare di brutto con le mie depressioni :-).
Però la circostanza che riferisci è statisticamente rilevante, ci sono molte donne che vanno in depressione e si chiudono in loro stesse, dopo questo tipo d'interventi.
L'importante è però che ne escano sempre.
I loro compagni, molto spesso, tirano fuori il meglio in quei periodi, anche questo è un dato di fatto.
A me è successo così, anche quando scrissi questo sfogo (perché di questo si tratta, anche se è stato pubblicato in una collana di "racconti").
Ciao!

Habanera ha detto...

Paolo, sul tuo essere un affabulatore istrionesco concordo. Non sono molto convinta invece che tu sia anche canaglia e un po’ cialtrone.
Non so, non ti conosco, ma a me sembra di capire che sei invece profondo e forse anche troppo sensibile.
Molto bello questo scritto giocato su due piani in cui l'autoironia (che dio ti benedica!) fa da scudo al rischio di scivolare in una troppo facile retorica del dolore.
H.

Silvia ha detto...

Non vorrei scrivere Am, per non essere banale.

Il pezzo è magnifico e Gaber bè, è Gaber, un numero uno.

Mia mamma c'è passata. Ora sta bene:)E io DEVO fare la mammo ogni anno e mezzo, così dice l'oncologo, anzi sono in ritardo adesso che ci penso. Mentre leggevo il post col groppo in gola mi sono ricordata dei volti delle signore in attesa degli esiti degli esami prima di fare il ciclo di chemio, dei loro volti, degli argomenti di cui parlavano come se nulla fosse e avevano la coppoletta anche di pizzo o all'uncinetto. E i loro nomi, tutti, anche quelli dei loro nipotini e figli e mariti, perchè di tutto parlavano sempre, anche delle lasagne della domenica precedente.
Gli uomini, anche loro inn cura, lo devo dire, erano tutti silenti e con gli occhi bassi. Verrebbe voglia di insegnargli ad essere donne in quei casi:)
E' stato un periodo duro, ma mi è servito tanto.

Un post mirabile Am,
grazie

Amfortas ha detto...

Habanera, mi conosco bene, fidati :-)
E poi non si è mai troppo sensibili, credo...poi che possa diventare un problema gestire la propria sensibilità, sono d'accordo.
Ciao!
Silvia, grazie del tuo commento.
Quando facemmo la presentazione del libro a Trieste, fu per me particolarmente emozionante parlare di Gaber nel bar del Teatro Rossetti, proprio sotto il palcoscenico dove, mi pare 35 anni prima, vidi il suo primo spettacolo.
Augh, gli anni passano :-)

Silvia ha detto...

Io ho amato e amo Gaber come credo che Haba abbia amato Gassman.
Quindi lo amo tantissimo.
E devo dire che per l'Ombretta ho sempre provato invidia perchè lui ne era profondamente innamorato. Un nervoso...:)

sabrinamanca ha detto...

Non ti dispiacere Paolo, le lacrime delle donne esprimono le loro emozioni, al negativo ma anche positivo. Una grande differenza fra uomini e donne, sempre in linea generale, è che gli uomini non piangono e non capiscono le lacrime delle donne, forse perché pensano alle loro, trattenute a vita.
Detto questo, qualche fidanzatino frignone ce l'ho avuto anche io! :))