venerdì 27 novembre 2009

Boris Pahor al Binario 7 di Monza per Novaluna

Solimano

Boris Pahor

Ci sono due modi assai diffusi, di essere uomini di cultura.

Quello del grillo parlante, che ha sempre da dire la sua su tutto, che ha tutte le risposte. Che soprattutto non teme smentite: lui guarda in avanti, cosa volete che gliene freghi delle smentite dei fatti alle sue asserzioni precedenti? Lui non sbaglia mai, per definizione, è uno che, per riprendere una infelicissima frase di Pajetta, fra la verità e la rivoluzione sceglie la rivoluzione.

Quello del dubitante sistematico, privo di certezze, e ci può stare, ma privo soprattutto di voglia di certezza. Utopista, di una utopia proprio etimologica, di nessun luogo. Occhiuto sul nuovo, purché non si sia mai sentito, un nuovo che comincia a passare di cottura già il giorno dopo. Diventa seminuovo, fra un mese lo troviamo fra i saldi di fine stagione, una stagione che però non è mai cominciata.

Per fortuna c'è il modo di cui Boris Pahor ha dato prova ieri sera al Binario 7, di fronte ad una sala affollata per la quarta conferenza di Novaluna.

Quello di esplorare le contraddizioni, perché in ogni momento storico esistono, spesso irresolubili in quel momento, ma se le cogli apri la strada a nuovi momenti con nuove contraddizioni. Ma soprattutto, quello di raccontare queste contraddizioni attraverso la testimonianza di una esistenza, la sua, lunghissima, tragica, eppure (contraddizione!) felice.

Un esempio, apparentemente il più piccolo. A Parigi, lo sappiamo, Boris Pahor lo portano in palma di mano, gran bella cosa. Eppure, ieri sera ci ha raccontato come li ha lasciati sbalorditi durante i festeggiamenti, accusandoli del difetto di francofonia a prescindere (cosa che sappiamo tutti essere vera, salvo i francesi).

Ed ha fatto rizzare le orecchie a tutti la sua visione dello sterminio nazista non solo come Shoah, ma come sterminio politico, quello che Pahor ha toccato con mano ogni giorno nei campi nazisti in cui è stato. Con gli ingegneri prigionieri politici, costretti a produrre i missili progettati dal giovane genio tecnologico Werner Von Braun (poi lavato che più bianco non si può dalla NASA), che boicottavano come potevano la produzione, magari semplicemente pisciando sulla circuiteria essenziale.

E con la storia della retorica del "Trento e Trieste". Trieste si diede agli Asburgo secoli prima, felice di darsi, perché Venezia le bloccava ogni iniziativa commerciale e marinara. Allora cominciò la crescita di Trieste.

La voglia di vivere, restando in piedi, non mettendosi distesi, nei campi di sterminio; se la facevano addosso per la dissenteria, ma camminavano. La furberia di riuscire a rendersi utili con un lavoro che si sapeva fare, mezzo di autodifesa e sopravvivenza. Il suo lavoro era quello di sapere parlare e scrivere benissimo in sloveno e in italiano. Anche la furberia di riuscire a sottrarsi alle torture elettriche, prendendosi solo un po' di botte. Lui non l'ha detto, ma a Trieste si usa un proverbio molto vero: "Due soldi di stupido comprano il mondo". Come il soldato Schweick di Brecht fatto da Tino Buazzelli al Piccolo di Via Rovello.

L'espropriazione della personalità fatta attraverso il cambiamento dei nomi e dei cognomi: sua moglie Radoslava divenne Francesca, la santa del giorno in cui era nata.

L'importanza dei vescovi e dei preti. Qui lo ha aiutato la presenza di Alfredo Canavero, docente di storia contemporanea alla Università di Milano. Vescovi e preti italiani e sloveni. Vescovi legati al fascio e vescovi che imparavano lo sloveno per farsi ascoltare dai fedeli sloveni.

I 12.000 prigionieri di guerra sterminati, appartenenti alla milizia anti-comunista slovena. Non erano generalmente nazisti e fascisti, ma cattolici che temevano l'ateismo di stato. Si potevano salvare, furono abbandonati dagli anglo-americani a cui volevano consegnarsi. Figli di nessuno, anche di quel Dio in cui credevano.

Boris Pahor ha 96 anni, ogni tanto si sente, ma poco. Parla veloce, apparentemente saltando di palo in frasca. Ma è sorretto da un lucido filo conduttore, che lo rende sempre capace di sorprenderti, di farti pensare, di farti sentire la tua superficialità. Anche sul mondo di oggi. E' pienamente cosciente del fallimento del mito marxista, ma contemporaneamente sente che un nuovo equilibrio, nuove strade sono indispensabili.
Questo suo accettare le contraddizioni, esplorarle, scavarle, trovarci dentro una parziale ma feconda novità nasce dalla sua storia di vita. Profonda esperienza del mondo cattolico del primo Novecento, in particolare del personalismo comunitario di Emmanuel Mounier. Con termini più usuali, il cattolicesimo democratico e sociale di cui Andrea Canavero è un ottimo esponente. Esperienza non rimossa, ma ampliata nel suo attuale panteismo spinoziano. Lo strordinario esserci dell'universo, che non significa un Dio personale né un Dio buono. Significa, per Boris Pahor, ogni giorno, nella sua vita concreta (compreso l'innaffiamento dell'orticello con vista sul mare), significa amare la vita con passione vera, finché c'è. E c'è.

Grande persona. Anche ironico, malizioso, puntiglioso, ma sempre vasto e bello, nei suoi novantasei anni. Ecco la cultura come strada necessaria per tutti noi.

Trieste

7 commenti:

ericablogger ha detto...

ho avuto il piacere di ascoltare le parole di Pahor l'anno scorso quando ad Omegna ricevette il premio della resistenza Città di Omegna
un piccolo uomo fragile ed anziano ma dalle aprole forti e potenti nella loro denuncia di quell'epoca triste oribbile ed infelice che sconvolse la vite dei notri genitori vittime del nazismo e di un fascismo sordo ed imperante

zena ha detto...

Solimano, è così intenso questo tuo reportage che vien voglia di tenere aperto il discorso, di rilanciarlo con un altro frammento dedicato a Pahor.
Sai cosa faccio? Metto qui, vicino alle tue parole, alcune note legate alla sua recente pubblicazione per la Zandonai, il romanzo Una primavera difficile.

Silvia ha detto...

Quanto mi sarebbe piaciuto esserci.
Ho come l'impressione Solimano che in questo post tu abbia usato una penna diversa. Non colgo note, citazioni, nomi o date, nozioni, informazioni, colgo un sentire profondo, una reale commozione, uno stupore verso lo scrittore, ma soprattutto verso l'uomo, espresso con un tocco di rispettoso timore simile a quello di un bambino verso un gigante. Al contempo percepisco la fascinazione poichè i giganti sanno colloquiare con tutti.
Mi è piaciuto molto, così, non ti avevo ancora letto.

Giulia ha detto...

Mi chiedo cosa capiterà quando questi uomini cesseranno di dare la loro testimonianza.
Tempo fa ad un incontro a cui ho partecipato ha parlato un uomo che ha raccontato la sua storia di bambino ebreo salvato dal Lager. Non ricordava nulla, ma ha lavorato per ricostruire la sua storia attraverso la testimonianza di chi allora aveva in qualche modo intrecciato il cammino con il suo. Era una testimonianza molto coinvolgente, insolita, davvero commovente.
Grazie

Solimano ha detto...

Il rischio, con le figure come Boris Pahor, è quello dell'appropriazione: scegliere solo alcuni aspetti della sua biografia, quelli che fanno comodo al nostro orientamento politico e culturale. Quelli che non ci fanno comodo, fingere che non esistano. Gioco vecchio vecchio vecchio: trasformarlo in un santino (religioso o laico) e tutto rimane come prima.

Ricordo alcuni aspetti della sua biografia:

Nel 1920, a sette anni, vede a Trieste l'incendio del Narodni dom (il centro culturale sloveno), un'esperienza che lo segna per tutta la vita.

Frequenta, finita la scuola media, il Seminario di Capodistria, senza terminarlo.

Si laurea in lettere all'Università di Padova, poi a Trieste insegna letteratura italiana.

Nel 1940 viene arruolato nell'esercito italiano e mandato sul fronte in Libia.

Dopo l'8 settembre 1943 torna a Trieste ed entra a far parte dei gruppi partigiani sloveni.

Nel 1944 viene catturato dai nazisti ed internato in diversi campi, fra cui Dachau e Bergen-Belsen.

Nel dopoguerra partecipa a iniziative culturali slovene a Trieste, con gruppi di orientamento cattolico e non comunista.

Nel 1975 pubblica un libro in cui denuncia lo sterminio dei 12.000 domobranci e i crimini delle foibe. In conseguenza di ciò le opere di Pahor vengono proibite nella Repubblica Socialista di Slovenia e a Pahor viene vietato l'ingresso in Jugoslavia.

I libri di Pahor sono stati tradotti in molte lingue, solo negli ultimi anni in italiano, presso editori poco noti. Praticamente, si è cominciato a conoscerlo in Italia negli ultimi cinque anni.

Su tutto questo sarebbe bene riflettere e capire tanti perché, in particolare quelli che ci danno più fastidio.
Vediamo l'ultimo, quello delle tardive traduzioni e pubblicazioni in italiano. Nessuna prevenzione, forse, ma possiamo immaginare il ragionamento editoriale: "Chi ce lo fa fare di tradurre uno che scrive in sloveno?"

"E' difficile essere un grande poeta bulgaro", diceva Eugenio Montale.

ericablogger, zena, Silvia, Giulia grazie e saluti
Solimano

Gauss ha detto...

Ad ascoltare Pahor al Binario 7 di Monza c’ero anch’io. Il suo racconto poteva sembrare disordinato, ma i suoi ricordi erano precisi e sicuri, le convinzioni ferme e forti, e ha una voce che vibra ma non trema. Difficile estrarre da una testimonianza così ricca e complessa un motivo dominante, un principio causale cui ricondurre fatti, situazioni, comportamenti. Pahor racconta le cose così come le ha vissute, non ci costruisce sopra considerazioni sull’umana natura e non ne ricava teorie sul destino dei popoli. Tuttavia, a richio di farlo io, voglio dire, delle cose che ha raccontato, quelle che hanno avuto su di me l’effetto più toccante e profondo.

La prima, che a Trieste la persecuzione degli sloveni è cominciata con la denigrazione della lingua. Una parola in sloveno era causa di scherno, di squalifica sociale, induceva a vergognarsi delle proprie origini e di se stessi. Per il letterato Pahor l’idioma, le parole sono il codice identitario dell’uomo, senza le sue parole una persona non è più la stessa. Una violenza peggiore delle percosse. E poiché ciò che è indegno va represso, alla denigrazione è seguito il divieto ai giovani di parlare come i loro genitori, l'abolizione dell'insegnamento, la cacciata dei maestri, la chiusura delle scuole, la storpiatura italianesca dei nomi. Eppure, rimossa in pubblico, la lingua è sopravvissuta nel privato, ogni casa è diventata una scuola, e qui Pahor ricorda il piccolo abbecedario clandestino “Primi Passi” che i bambini sloveni ricevevano clandestinamente dai loro genitori come regalo di Natale.

La seconda, che a opprimere gli sloveni sono stati gli italiani, gli stessi italiani che con il Risorgimento si erano appena liberati dall’oppressione straniera (Pahor fa risalire la nascita dell’irredentismo e del movimento per l'italianità di Trieste alla breccia di Porta Pia). Il perseguitato si fa persecutore, o forse è vero che le due condizioni convivono in ognuno di noi e che, come sostengono gli psicologi, chi è stato vittima aspetta solo l'occasione di essere carnefice. Proprio ieri sul “Corriere della Sera” Claudio Magris, recensendo l’ultimo libro di Gian Antonio Stella, osservava: “Persecutori e perseguitati sono talora le stesse persone, in momenti diversi e in rapporto a persone diverse; quasi all’inizio del libro Stella pone, con uno di quei caustici colpi d'ala di cui è maestro, la persecuzione feroce subita, da parte degli inglesi, dai boeri, peraltro conosciuti quali feroci segregazionisti e persecutori dei neri”.

Gauss

Solimano ha detto...

Lunga storia Gauss. Eppure da tempo saremmo attrezzati, con le scoperte della biologia e dell'antropologia, a dirci le sose come stanno. Ma prova ad andare in giro in rete a guardare le tante biblioteche Anobi e dimmi se trovi Darwin, Monod, Lorenz, Laborit, Dawkins etc etc.
Continuiamo ad attaccarci al codino del buon selvaggio roussoiano e fatichiamo a demistificare le tre parole magiche: Liberté, Egalité, Fraternité, mentre oggi saremmo del tutto in grado di farlo. Balle sesquipedali. Solo se l'uomo fa i conti con la sua vera natura può (forse) gestirla. Trovane, uno che dica di essere invidioso e avaro, tutti lussuriosi e prodighi...
L'unico modo per cercare qualche verità è quello di smettere di raccontarsi addosso delle storie, smentite non dagli psicologi ma dagli scienziati.
Naturalmente, come no, i razzisti sono sempre gli altri, e noi italiani che cosa è succcesso a Debra Libanòs continueremo ad ignorarlo. Italiani brava gente!
Che certe faccende oggi escano allo scoperto è comunque meglio della melassa dolciastra e puzzolente.
Pahor con la stessa chiarezza con cui ha parlato delle Pezze da piedi e dei Primi passi, scrisse nel 1975 dei dobromanci e delle foibe. Non certo per cerchiobottismo assolutorio, che è il nostro sport nazionale, anche a sinistra.

grazie Gauss e saluti
Solimano l'invidiosissimo (qualcuno mi fa compagnia, con l'invidia?)