sabato 19 settembre 2009

La cattedrale di St. Paul

mazapegul

Qualche anno fa mia moglie e io passammo il Capodanno a Londra, a casa di Milena e Luis, una coppia di matematici perennemente spiantati e carissimi amici. Le grandi città mi lasciano in genere ottusamente indifferente alla prima visita (che poi è quasi sempre anche l'ultima, motivo per cui io sono un pessimo turista). Londra mi stava faceva appunto questo non-effetto, quando entrammo senza convinzione nella cattedrale di St Paul; che invece mi colpì.
L'interno della cattedrale è anche un deposito della memoria civile inglese; cioè -data l'epoca in cui fu costruita da Wren- dell'Inghilterra imperiale; che è poi l'Inghilterra i cui segni stavo cercando da qualche giorno. La Compagnia delle Indie prima, l'Impero poi, mandarono funzionari e soldati ovunque; e ovunque dei soldati morirono in battaglia o, più spesso, di malattie tropicali. Nella cattedrale, lapidi commemorative guarnite di bandiere e trofei di marmo ricordano, per l'appunto, questi servitori del Re e dell'Inghilterra.
I luoghi delle missioni erano quelli famigliari ai lettori di Kipling e Salgari: Indostan, Sudan, Afganistan. Contrariamente alle lapidi dei nostri caduti della II guerra mondiale, i luoghi delle lapidi inglesi (ripresi dalla lettaratura, dalla retorica, dal cinema e da M. Thatcher) mi suonavano evocativi; mentre sapere che il c.le Mazzanti è morto in Albania nel '42 m'ha sempre fatto pensare: "che sfiga di posto per andarci a morire, caporale".
In alcuni paesi è più facile spiegare perché si mandano reggimenti a destra e a manca; da noi, invece, persino i governi di destra non riescono ad affezionarsi alle proprie missioni militari.

Prima dell'estate, tornavo da un viaggio di lavoro a Trento, finii in in uno scompartimento di treno con due ragazze. Capii solo dopo un pò che erano militari che tornavano al paese in licenza: erano vestite e truccate come tutte le altre ragazze e portavano nascosti sotto i vestiti, scoprii origliando le loro chiacchere, tatuaggi di moda, ma fuori ordinanza.
Parlarono per tutto il viaggio delle rispettive caserme, degli ufficiali rompipalle e di quelli che ci provano, e dei due fidanzati, militari pure loro.
Uno di questi era partito da poco per un turno di servizio in Afganistan, e la sua ragazza era preoccupatissima. Nelle sue telefonate, il fidanzato diceva realisticamente: abbiamo tutte le protezioni e siamo prudenti, ma il rischio c'è e, alla fine, è tutta una questione di fortuna.

[Con l' augurio a quel fidanzato-soldato di finire il suo turno indenne, e di convolare a nozze con la sua soldatina tatuata, e di tirar su la loro prole in pace].

5 commenti:

Solimano ha detto...

Màz, è successo anche a me, di trovarmi a disagio la prima volta che sono andato in grandi città, come Londra e Parigi. La ragione principale credo che sia che mi sono sentivo un po' massificato. Meglio così, però, perché sono città in cui la seconda volta è meglio della prima, la terza della seconda etc etc
Nell'interno di St. Paul non sono mai stato, ma credo di capire quello che dici, sulle differenze fra Inghilterra ed Italia.
La differenza nasce da ragioni storiche: gli inglesi, durante la seconda guerra mondiale, hanno avuto i mesi della battaglia aerea d'Inghilterra, in cui si trovarono da soli a combattere con la Germania dopo la resa della Francia. Noi, abbiamo avuto l'8 settembre. Ma non solo: la prima guerra mondiale, in cui paesi interi furono privati degli uomini, perché li inserivano tutti nello stesso reparto, ci sono i cimiteri a testimoniarlo. Una guerra in cui, a differenza degli altri paesi, morirono molti più ufficiali di complemento che di carriera. E si è andati avanti a colpi di retorica per decenni, riempiendo le strade e le piazze di brutti monumenti, e non scrivendo nei libri di storia che la guerra fu un colpo di stato, perché la maggioranza del Parlamento era contraria.
Si fatica, a pensare che i nostri soldati sono stati in Iraq e sono in Afghanistan, sono missioni decise più per ragioni di presenza politica che per vera utilità militare. Si spera che non succeda niente, e invece poi succede, come in questi giorni.

Bello il tuo viaggio in treno con le soldatine tatuate, che hanno i problemi quotidiani delle altre ragazze. Bello perché? Perché anni fa non era così: i militari di firma (non quelli di leva) erano non dico malvisti, ma un po' isolati dagli altri. Adesso è un lavoro come gli altri, non una specie di ghetto familista. Meglio così, ma è un segno dei tempi che mentre vent'anni fa c'erano dei problemi a trovare chi facesse domanda, oggi questo problema non c'è più. Non per maggior senso patrio, ma semplicente perché le opportunità di lavoro si sono generalmente ridotte.

saluti
Solimano

Barbara ha detto...

Maz,
io di Londra preferisco non parlare, che per me è una piaga aperta ancora dopo quindici anni.

Dei soldati invece, che dire?
Quando eravamo ragazze andavamo a fare le "vasche" al corso e c'erano sempre quelli in libera uscita dalla caserma del paese vicino.
Erano quelli più ambiti, altro che isolati. Ragazzetti con cui si imbastivano storielle da due mesi e poi ciao, tornavano chissà dove, ci si scambiava il numero di telefono e dopo tre settimane neanche ti ricordavi il prefisso.
Forse eravamo insensibili?
Ma no! Io credo che a quell'età è giusto che fosse così.

Un pensiero ai ragazzi in Afghanistan, soprattutto in questi giorni tristi. Per loro è tutta un'altra storia.

Silvia ha detto...

Credo anch'io che città di quella portata abbiano bisogno di essere assimilate in più visite. Sono troppo.
Parigi me l'avevano idealizzata, tutti a dirmi che mi sarei sentita in paradiso, in realtà per certi aspetti rimasi delusa. Ma i suoi musei e le sue pinacoteche non si possono perdere e li ricordi nel tempo, e desideri tornare, così pian piano t'innamore della Senna e i sui ponti, delle due rive, del quartiere latino, dei campi Elisi, della Saint Chapelle, di Parigi insomma. A Londra, malgrado il mio forte desiderio non ci sono mai andata. Conto di farlo il prossimo anno in primavera se tutto va bene, l'alternativa è Praga anche se sono due città molto diverse. E ho la sensazione che mi piacerà Londra contrariamente a ciò che mi hanno riferito molti amici che ne parlano con poco entusiasmo.

Giulia ha detto...

Londra è in lista d'attesa da molto. Io sono, invece, un animale cittadino e le città mi piacciono. Mi piace girarle, camminarci dentro, entrare nei bar, sedermi sulle panchine e osservare la gente che va e che viene, ascoltare i loro discorsi. Non mi piace andare solo per musei, anche se quelli di alcune città non posso che amarli. Sono però proprio i musei che devo visitare con calma. Non amo le overdose di opere d'arte. ne esco confusa più che ricca.
In quanto ai soldati... Avevo uno zio generale e non ho mai apprezzato molto i suoi discorsi. Ma era uno fra itanti.
Grazie

mazapegul ha detto...

Silvia e Barbara: avendo la fortuna di fare dei viaggi per lavoro, mi capita spesso di avere con le città degli impatti soft: all'uscita dell'ufficio, il sabato prima di ripartire... Un museo ci scappa spesso, ma mai più d'uno.
Londra e Parigi le ho visitate invece senza avere nulla da fare (per fortuna avevo qualcuno da incontrare!): la condizione che mi risulta peggiore.

Barbara: nei miei quattro mesi a Rieti, mai una che m'avesse messo gli occhi addosso! La prossima vita, faccio il servizio militare dalle tue parti.

Giulia: io ho un colonnello pro-zio, di cui magari scriverò. Ma i soldati e i sottoufficiali sono una razza diversa. Più umana.

Solimano: sull'Italia e le guerre s'è scritto oramai tutto. La descrizione che dell'8 settembre fa Fenoglio (un abbozzo del Partigiano Johnny, di cui non ricorso il titolo) la dice tutta (anche sulla delusione degli ufficiali di complemento: quelli che stavano con la testa in un'altra Italia). Sarebbe un discorso lunghissimo, che su un blog (e non essendo storici) è meglio affrontare per mezzo di frammenti.
Sui volontari: la Lega vuole sbarrare l'accesso agli alpini ai meridionali. E non aggiungo altro.

Ciao,
Maz