lunedì 13 aprile 2009

Il pranzo della festa

Roby

Mia madre, donna apparentemente mite ed arrendevole, nascondeva in realtà una forza interiore fuori dal comune, oltre ad avere alcuni punti fermi cui teneva particolarmente, a volte quasi con caparbia ostinazione.
Uno di questi era il pranzo di famiglia in occasione delle feste più importanti, solennità alla quale neppure le figlie sposate e con prole potevano sottrarsi, pena occhiate di rimprovero, musi lunghi e ostinati silenzi per intere settimane. Per tutto il resto dell'anno non mi era chiesto nulla, o quasi. Nessuna lamentela se per giorni non andavo a farle visita, niente gelosie per la presenza forzatamente maggiore di mia suocera (che abita a cinquanta metri da me), neppure una critica su come tiravo su la sua unica nipote...
Ma nelle feste comandate tutto cambiava. La pecorella diventava una tigre, la colomba tirava fuori gli artigli, e la cucina era la sede ufficiale della tenzone. La mattina di Pasqua, già alle prime luci dell'alba, la mia fragile mammina cominciava a darsi da fare con l'impasto di fegatini per i tipici crostini toscani, il ripieno di spinaci e ricotta per i ravioli fatti a mano, le costolette d'agnello opportunamente prenotate giorni prima dal macellaio di fiducia, le uova da assodare che -portate in chiesa e benedette- sarebbero state poi consumate nature o sbriciolate nel brodo. Sulla tavola del salotto, allungata per l'occasione, era stesa la tovaglia bianca di lino ricamata a fiori gialli, sempre la stessa da tempo immemorabile: così come immutabile era la disposizione dei posti, ognuno contrassegnato dal calice scintillante e dalle pesanti posate del servizio buono.
Finalmente, all'ora convenuta, il rito aveva inizio. Tre crostini a testa, tanto per cominciare, e nel frattempo cuocevano i ravioli, anch'essi accuratamente contati per far sì che ognuno ne avesse -come minimo- lo stesso numero. Non venivano accettate rimostranze, nè rifiuti a prenderne ancora uno: al pari del capo-tribù di uno sperduto villaggio nella più profonda Amazzonia, la padrona di casa avrebbe interpretato come un affronto personale il diniego davanti all'offerta del suo cibo! Bottiglie di vino aperte per l'occasione, chili di pane (il nostro, quello non salato) a fette, piselli con la pancetta, patate arrosto, lattuga, olive e sottaceti che spuntavano quasi per magia da tutte le parti, in vaschette ciotoline insalatiere di tutte le fogge...
E su tutto la voce dolce ma ferma della mamma che teneramente, tenacemente, puntualmente si rammaricava con me: "Tesoro, non hai mangiato niente... prendine ancora un po'!..."

7 commenti:

Habanera ha detto...

I grandi pranzi in famiglia in occasione delle feste!
Momenti bellissimi che rimpiango, soprattutto ora che genitori e nonni non ci sono più a costringerci teneramente tutti attorno alla stessa tavola.
H.

Barbara ha detto...

Mi mette tristezza pensare che quando il testimone passerà di mano io non sarò in grado di fare altrettanto. Purtroppo anche solo una torta salata mi mette in difficoltà.

giulia ha detto...

A casa mia la Pasqua non la si festeggia insime. Siamo fedeli al detto: Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi".
Ma il Natale è una tradizione a cui nessuno vuole sfuggire. Devo dire che mia mamma prepara ancora qualcosa, ma non come prima, data l'età. Il testimone è passato a mia cognata per quanto riguarda la preparzaione della casa, della tavola. Per il mangiare ci dividiamo i piatti e ognuno ha imparato il suo da mia mamma.
Giulia

Dario D'Angelo ha detto...

Le mamme non hanno latitudini :-)

Solimano ha detto...

Mia mamma era esattamente così, e non c'era nessuna differenza fra Pasqua e Natale. Il mestolo lo teneva in mano lei (a partire dalla preparazione della sfoglia sul tagliere fatta col mattarello) e marito, figlio e figlia avevano compiti assegnati con precisione e che non si permettessero di andare al di fuori dei limiti prefissati. Il menù identico, dalla prima all'ultima portata, e il movimento cominciava almeno tre giorni prima, con gli acquisti da fare nei posti giusti.
Non era un rituale, è che si sapeva molto bene che cosa significasse la parola fame, che noi usiamo come metafora di appetito. E chiamarsi fuori dalla parola fame era di per sé una festa grande. Un imprinting fortissimo, che in certte zone funzionava anche con i funerali di persone carissime: permetteva di sentire tangibilmente che noi eravamo vivi, non morti. Una rassicurazione necessaria, una saggezza pratica.

grazie Roby e saludos
Solimano
P.S. Se poi in qualche scuola una professoressa fa leggere "La malora" di Fenoglio invece del solito Pavese, è molto meglio.

sabrinamanca ha detto...

Mi sembra pero' che diventeremo, alcuni di noi sono già, genitori e poi nonni, nostro malgrado, e miti per la nostra progenie. Sta a noi fare in modo d'essere miti positivi.

Quand'ero piccola mia madre era la pecora nera della famiglia, non voleva mai partecipare a questi eventi con le sue sorelle e fratelli per litigi vari, rivendicazioni, ecc. Io ne ho sempre sofferto e vederla ora che invita tutta la sua famiglia a Natale e Pasqua, un po'(ma solo un po') mi stizzisce. Ai bambini piace stare con la famiglia dei propri genitori e delle rivendicazioni se ne fregano.

Roby ha detto...

Sabrina cara, l'idea di diventare un mito per mia figlia mi fa scoppiare a ridere, lo confesso! Ma forse, chissà, quando lei avrà la mia età e io (se ci sarò) sarò una vegliarda cadente, può anche darsi che -parlando con le amiche- le scappi un "Ah, mia madre, che donna!"...

In cucina sono negata, quindi da me è inutile aspettarsi grandi pranzi e pasta fatta in casa. Però le torte salate (con la sfoglia surgelata Findus!!!!) mi vengono abbastanza bene... Barbara, vuoi la ricetta?

Haba, Giulia, Dario, Solimano: un bacione, fra una portata e l'altra!!!

Roby