mercoledì 4 marzo 2009

Il lavoro: questo è il problema

Giulia


Giulia
Affacciandomi su facebook ho incontrato molti miei ex allievi che mi hanno raccontato ciò che è successo “dopo”… la scuola.
Sui giornali imperversa la discussione sui voti e soprattutto sul cinque in condotta, arma tanto aspettata, come dice una “illustre” scrittrice e insegnante, per risolvere finalmente l’indisciplina e la mancanza di studio.
Io allora ho chiesto a chi a scuola andava bene o benissimo cosa è successo nella lor vita professionale. Due casi per tutti. Un mio allievo mi ha detto “sono un cervello in fuga”. E’ emigrato a Bruxelles: della sua intelligenza qui in Italia non sanno cosa farsene ( e vi assicuro che oggi sarebbe considerato nella scuola uno che oggi viene definito con quell’orribile parole che è “eccellenza”). Infatti se lo sono preso a Bruxelles e non lo mollano più.
Un’altra ragazza, ormai donna, più normale, ma ugualmente diligente e seria, è saltata da un lavoro ad un altro fino a quando insieme ad altri hanno fatto ricorso per rivendicare un posto come definito per legge: l’ha ottenuto perché aveva ragione, ma il risultato è stato che l’hanno immediatamente trasferita in un paesino lontano da tutti e da tutto… Forse doveva accettare di rimanere precaria a vita?
La Repubblica sta raccogliendo la testimonianza di chi perde il lavoro in Italia. Leggo e rimango senza parole. Per ora per fortuna non è successo a nessuno che io conosca. Ma quando leggo testimonianze di questo tipo rimango senza parole.
“Ho perso il lavoro dopo 28 anni nella solita azienda. Ora di anni ne ho 50, due figli, separata e forse nessuna possibilità di trovare altro. Le mie autocandidature vengono rigettate immediatamente dopo la verifica dell'età anagrafica. Per un anno ho il sussidio di disoccupazione e l'iscrizione alla mobilità...ma dopo?”
A volte preferiamo non sapere… preferiamo occuparci d’altro. E’ un modo per sopravvivere come capitava (mi racconta sempre mia mamma) quando erano in guerra. Ma poi mi dico: possibile che non si possa fare nulla, che dobbiamo assistere in modo impotente e rassegnato? Lo so, non voglio rattristarvi, ma non voglio neanche accettare la logica di vivere nel “paesi dei balocchi” come si intitolava un interessante libro di Alfonso Berardinelli ed. Donzelli del 2201 né tanto meno di mettermi i paraocchi. La situazione non è proprio delle più rosee. Rileggo il commento di Barbara che mi aveva colpito particolarmente. Barbara ha capito che la mia generazione era quella che faceva le lotte, che si impegnava, che aveva ideali. In che cosa credesse di credere questo è un altro discorso su cui non mi voglio addentrare adesso. Barbara quindi dice:
“Attorno a me la gente non crede più di poter cambiare le cose, e in quanto a me che mi sono sempre sentita piccola e in balia degli eventi, imprigionata dalla situazione economica, imprigionata dalla mentalità altrui, imprigionata dai miei stessi limiti, l'unica causa per la quale riesco ancora a spendermi con tutte le mie forze è quella di tirare avanti e arrivare alla fine del mese”.
Forse non sarebbe il caso di parlarne? Cosa facciamo, ci rassegniamo? A chi tocca tocca?
Forse un giorno mi manderete a calcioni fuori da queste stanze all’aria e confesso che non potrei darvi torto. Mi sembra, però, veramente troppo che ci sia tanta gente a rischio di rimanere senza lavoro o che ci sia già rimasta.

Non è il lavoro e la sua assenza tra le vere emergenze del sistema Italia?

10 commenti:

Solimano ha detto...

L'obiettivo di tirare avanti fino alla fine del mese a me sembra un obiettivo serio, concreto e gratificante (se ci si riesce).
Dà molta spinta per affrontare la quotidianità, spesso aspra.
Se si vuole affrontare un problema, occorre dirla tutta, cosa che in questi giorni Franceschini e Berlusconi non hanno fatto.
Franceschini dice che occorre dare un sussidio a tutti i non occupati.
Berlusconi risponde che la situazione dei conti non lo consente. Tutti e due hanno ragione e torto contemporaneamente.
Franceschini perché non dice come ci si può procurare le risorse necessarie, Berlusconi perché finge di ignorare un problema che esiste e che si aggrava ogni giorno.
Ma il dato di fatto sta diventando chiaro a tutti: il pieno impiego non è più possibile e lo sarà sempre meno in futuro.
Oggi in Italia ci sono ormai milioni di persone che ricevono un sussidio (magari corposo) mascherato da stipendio. Milioni, non centinaia di migliaia.
A Monza, quelli del comune dicono che sono sotto la pianta organica, (che è stata fatta più di quarant'anni fa ad informatica assente). Non solo: spesso le attività più impegnative e qualitative sono svolte da precari che il giorno dopo possono essere lasciati a casa. I sindacati fanno il loro mestiere: rappresentano gli iscritti, che non sono i precari e i disoccupati. Nella sostanza la regola oggi è: chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori.
Non possiamo ignorare la ragione vera, profonda, strutturale di tutto questo: la scienza, la tecnologia, l'informatica, i mezzi di comunicazione consentono oggi e domani sempre più di fare più cose con meno persone, a tutti i livelli, compresi i capi (che sono i più preoccupati, anche se non lo dicono).
Non è una cosa buona o cattiva, è un dato di fatto con cui bisogna fare i conti. Non è colpa del bajon o del sistema capitalista, è che bisogna attrezzarsi per dare delle risposte giuste, che sono possibili, se non si guarda in faccia a nessuno ma si accetta che il problema si chiami per nome.
Come al solito, moralici, non moralisti, anche perché, a fare i moralisti, si coprono vaste aree di privilegio reale.
Che farei, sic stantibus rebus, se avessi venticinque anni ed anche una laurea in tasca? Un buon lavoro con le mani: idraulico, tapparellista, imbianchino, elettricista. Sei mesi di apprendimento come magutt a gratis, poi un telefonino (necessario strumento di lavoro), suonare molti campanelli, dopo altri sei mesi avrei il mio giro... e alla sera mi leggerei Choderlos de Laclos, parteciperei ad un blog come Stanze all'aria, guarderei un film che amo per la settima volta etc etc. Tutto in attesa che questi si decidano a capire che quello che ci sta di fronte non è un problema, ma una opportunità: ma bisogna mettere al centro il tempo libero, non il lavoro. Utopia? Non credo, l'utopia nefasta è credere al pieno impiego ed al lavoro come autorealizzazione.

grazie Giulia e saludos
Dott. Ing. Solimano, aspirante idraulico

Barbara ha detto...

" e nemmeno ci riesco sempre" !

Avrei dovuto finire la frase così, perchè il problema che citi è per me quanto mai reale. E' proprio quello che intendevo con quel mio sfogo fuori dai denti.

Io non ho voglia di rassegnarmi, non ancora, ma non ho idee concrete su cosa possa cambiare le cose, e quello che intendevo con quel post era che non credo nemmeno che le petizioni o i sit in o le manifestazioni possano essere risolutivi. Magari utili per non sentirsi soli, ma non risolvono nulla.
Prendete per esempio il V-Day. Al di là del fatto che uno sia d'accordo o no con quello che si chiedeva, al di là che uno apprezzi o meno il personaggio di Grillo non si può negare che avesse avuto un successone e che fosse riuscito a raccogliere un mare di firme tutte in un solo giorno. E poi? Che fine hanno fatto?

Un tempo credevo nel consumo equo e responsabile , o nel boicottaggio commerciale come arma di protesta: se io non approvo quello che fa una ditta posso boicottarla NON acquistando i suoi prodotti. C'è un bel libro della Feltrinelli sull'argomento: "Manuale per un consumo responsabile", di Francesco Gesualdi. Dal momento che il sistema mi ritiene solo un consumaore, e nulla di più, con il mio consumo posso cercare di cambiare il sistema. Ma se non sono più neanche quello, perchè non ho i soldi da spendere neanche per arrivare alla fine del mese, che cosa sono?
Te lo dico io: sono uno schiavo.

Qui da me si fabbricavano le scarpe. Poi gli imprenditori si sono accorti che era più conveniente andare a fabbricarle in Cina, e hanno chiuso la produzione, lasciando a spasso un mare di persone. Facevano le scarpe in Cina ad 1€, e le rivendevano qui a 100, forti del marchio prestigioso. Ma qui ormai c'erano solo disoccupati, chi le comprava più le scarpe a 100 €? Hanno chiuso anche i reparti design, hanno chiuso tutto.
Qui da me non si fabbricano più le scarpe, e chi ha fatto i soldi se li tiene sotto al materasso per paura della crisi, chi sta a spasso gira a vuoto. E nessuno spende più, per la gioia di noi che siamo nel commercio.


Vorrei delle proposte che mi sembrino concrete e concretizzabili, ma non ne trovo.
E io di persone che a 50 non sanno cosa fare ne conosco parecchie. Tutti schiavi.

Roby ha detto...

Cara Giulia, la mia storia lavorativa comincia con schedatura di libri e cosette del genere all'Università, dopo la laurea; prosegue con occupazioni trimestrali presso uffici comunali o provinciali; continua con la solita serie di ripetizioni di latino a ragazzini recalcitranti... fino al "colpo di fortuna" della graduatoria per LSU (lavoratori socialmente utili) nel 1997, ante Giubileo e manifestazioni connesse...

...anzi, aspetta: quasi quasi ci faccio un post, sul tema -centrale e spinoso- da te inaugurato!

Silvia ha detto...

Direi proprio di sì, ma da molti anni, solo che ora con la crisi mondiale la situazione peggiorerà e per molto tempo a venire.
C'è in atto un ridimensionamento occupazionale inevitabile che produrrà delle "vittime" non c'è dubbio. Io ho paura, ma francamente, adesso non saprei da che parte girarmi.
Un mio amico plurilaureato con ottimi voti, master, pubblicazioni, ha impiegato quasi 10 anni, dico 10 anni per farsi assumere nel pubblico impiego. Ha preferito così, malgrado le varie offerte in giro per il mondo per questioni familiari. E in questi 10 anni non ha preso stipendi da favola, anzi e tutte le volte erano contratti a termine o a progetto. Ha festeggiato la fine del supplizio un paio di mesi fa. E lui è uno bravo.
Uno schifo.
Ho letto i commenti ora prima di scrivere cose che avete già detto.
Io sono anni che dico di fare l'idraulico Solimano, mi vuoi già fare concorrenza:)? L'elettricista no perchè mi fa paura la corrente, e il muratore non sarei proprio in grado, ma l'idraulico...
Tant'è che quando alcune settimane fa si è intasato il tubo della lavastoviglie sono andata in gondola per un po'. Ho smontato tutto e riavvitato tutte le guarnizioni al contrario. Ho chiamato mio zio che ha riso un bel po'.
Però, giuro che ci penserei davvero, se capitasse la disgrazia di rimanere senza lavoro. Mi farei insegnare da mio padre qualcosa.
Concordo con Solimano, bisogna tornare alle mani che producono e concretizzano in cose il tempo impiegato, quantificabili e qualificabili.
Io lavoro nel settore automobilistico, uno dei più controversi e massacrati, ma anche supporatati dallo stato per l'indotto e la portata produttiva che ha e la tassazione che ne deriva, però ha ragione Solimano, c'è in atto da tempo una profonda mutazione del mercato del lavoro, ed è con questo aspetto che bisogna fare i conti. Il pensionamento sarà un altro dolore da affrontare molto presto perchè non entrerà gettito sufficiente per coprire le necessità.
Intanto io ho una cagna e tre chiavi inglesi, oltre ad una matassina di raffia, che non si sa mai.
Se avessi un po' di terra tenterei l'agricoltura biologica. Pare che sia un mercato in crescita.
Di certo una cosa va considerata: non si può dare nulla per scontato e bisogna cominciare a pensare di tirarsi su le maniche come hanno fatto i nostri nonni una volta. Con un'aggravante, adesso è stato già fatto tutto, o quasi.

Silvia ha detto...

Senza dimenticare che le donne già sono discriminate in partenza e se hanno più di vent'anni sono dolori.
Il problema non è serio, molto di più.

Amfortas ha detto...

Aggiungo, come postilla, al commento di Silvia una cosa secondo me fondamentale.
Almeno tu, Silvia, sai cosa sia una chiave inglese.
Per la stragrande maggioranza dei giovani è ignota almeno quanto una chiave di violino.

sabrinamanca ha detto...

Qui in Francia se lavori per un anno e hai un cdd oppure hai cdi e vieni licenziato vieni compensato per le stesso periodo per il quale hai lavorato con un aiuto fra il 60 e il 70 % del tuo stipendio medio, a patto che dimostri di cercare attivamente un lavoro.
La Francia non è un paese agli antipodi dall'Italia, no?

Un'altra ragione è la ricchezza dei pochi che aumenta in modo direttamente proporzionale con la povertà dei molti.
Io credo che, se viviamo tutti in questo stesso pianeta, accettare questo stato sia impossibile.

Non era vero che dovevamo liberalizzare per migliorare la qualità dei servizi (le imprese ne hanno approfittato per ridurre i costi di manutenzione e avere più margini), non è vero che dovevamo consumare sempre di più (ci troviamo sfruttare in maniera convulsa luoghi e persone per ottenere questo scopo).

La scelta della solidarietà diventa sempre più una scelta obbligata.
Accettare di guadagnare di meno se i capi danno l'esempio, lottare contro "la santificazione del profitto".

Ma come muoversi?
Che fare concretamente?
Per prima cosa accettare di non imporre agli altri la nostra ottica ma cercare tutti i modi per convincerli che l'egoismo non ha la vista lunga.
Votare per il meno peggio, quello che va nella direzione da noi presa anche se ne differisce per poco oppure tanto ma che vuole comunque andare nella nostra direzione.
Dare l'esempio, ai nostri figli, agli amici (non per fare i maestrini ma solo per dimostrare che qualcosa concretamente si può fare.
Chi ha più voglia, darsi alla politica che è ancora un buon modo di impegnarsi nel sociale nonostante la nostra classe politica sia in buona parte da gettare via (a costo di buttare insieme anche il bambino).
Io faccio la raccolta differenziata, non faccio shopping, non mi lascio attrarre dai consumi, lavoro poco (anche se guadagno poco) così lascio spazio agli altri :))))

Che pozzo fa' di più?

Solimano ha detto...

Ci sono alcuni fatti acclarati, non sono più opinioni. Parlo dell'Italia, che è un caso limite, ma la tendenza c'è dappertutto.

1. Esistono milioni di persone che sono a libro paga, prendono lo stipendio tutti i mesi, ma se non ci fossero non se ne accorgerebbe nessuno, forse le cose andrebbero meglio. Non perché sono dei lavativi, ma perché si tratta di lavori finti, privi di vero contenuto.
2. La soddisfazione sul lavoro è precipitata nell'ultimo decennio. Mentre prima era una preoccupazione primaria delle aziende adesso non lo è più.
3. Quasi tutte le immissioni nel lavoro sono precarie, soggette al continuo rischio di cessare da un giorno all'altro.
4. Il pieno impiego è un sogno impossibile: crescono i privi di lavoro e i precari, dimunuiscono gli occupati.
5. Ci provano con la bolla consumistica, ma il cavallo non beve, molto perché non ha soldi, un po' s'è anche stufato.
6. La parola schiavi usata da Barbara è appropriata. Stanno crescendo di numero e cresceranno ancora.
7. Qualcosa certamente succederà, anche se i padroni cercheranno in tutti i modi di difendersi, specie col plagio mediatico. Non è più una faccenda di pochi estremisti utopici.
8. Il primo politico che chiamerà il problema col nome vero: "Il pieno impiego e il lavoro come autorealizzazione sono due utopie scadute", avrà ragione. Ma ogni politico ha la sua bottega da difendere.

Prevedo tempi sempre più brutti. Un bel paradosso, viste le potenzialità attuali della tecnologia e della comunicazione. Prima, dovranno sbattere il grugno, e succederà abbastanza presto.

saludos
Solimano

Giulia ha detto...

Sono tante e tali le cose che avete detto che me le devo stampare e leggere con calma... E' bene parlarne, scambiare idee ed opinioni.
Scriverò più in là un altro post tenendo conto di quello che avete detto. Non sono un'esperta, anzi.Ma è importante ragionare sempre.
Grazie,
Giulia

mazapegul ha detto...

Giulia, nel mio territorio la crisi sta colpendo. Prima sono venuti i "terzisti", quelli che hanno il macchinario industriale in casa e lavorano per una media azienda. Poi muratori e manovali, mano a mano che l'edilizia andava rallentando. Poi precari di vario tipo. Adesso arrivano le piccole e medie imprese, che mettono in cassa integrazione i lavoratori, anche prima che gli ultimi ordinativi siano stati esauriti. E non ho parlato dei piccoli trasportatori, dei precari e di altre categorie che affrontano la loro crisi.
Il reddito qui e' abbastanza distribuito e la crisi non ha ancora raggiunto le amministrazioni: poche ancora le richieste straordinarie di aiuto per la casa, o per quelle cose che un comune puo' fare. I sindaci cercano comunque di attrezzarsi.
Io credo -siamo pure in campagna elettorale- che la priorita' sia quella di garantire la rete dei servizi, che costera' di piu' alle casse pubbliche (perche' piu' gente avra' reddito basso, quindi esenzione dalle tariffe), ma che permette alle famiglie una certa flessibilita', la possibilita' che piu' persone lavorino nello stesso nucleo, e cosi' via.
Altra cosa, piu' difficile, e' indovinare da quale direzione ripartira' la macchina economica, e prepararsi ad essere girati da quella parte. Anche questo e' un tema su cui i sindaci dovrebbero guardarsi attorno.