sabato 28 marzo 2009

Confessioni sul confessionale

Roby

Tentando di rimettermi in pari tra la mole dei vostri ultimi post e commenti, mi sono imbattuta in Arfasatto/Elena che dice di non aver mai varcato la soglia di un confessionale: leggerla e tornare indietro di decenni è stato un attimo...

...dai 9 ai 15 anni, per me il confessionale è stato come una droga. Tutte le domeniche il dubbio era sempre lo stesso: mi trovavo ancora in grazia di Dio, o le forze del maligno avevano avuto il sopravvento sulla mia umana debolezza, rendendomi bisognosa di purificazione? La risposta -8 volte su 10- era scontata, così come la corsa in chiesa, fazzoletto annodato sotto il mento e messale stretto in mano. Nella penombra della navata laterale, con un lieve batticuore a metà strada fra il tormento e l'estasi, mi posizionavo sullo scomodissimo inginocchiatoio e aspettavo che lo sportello di legno, velato da una grata di metallo, si aprisse cigolando.

Alla prima domanda -"Quanto tempo è?"- mi ero preparata fin da casa, per cui potevo rispondere con precisione approssimata al minuto secondo.

Alla seconda -"Cosa ricordi?"- seguiva invece un attimo di esitazione: dovevo iniziare dalla grave offesa di scema rivolta a quella rompiscatole di mia sorella, o dalla bugia detta alla mamma sul numero di cioccolatini mangiati di nascosto, dei quali avevo stupidamente lasciato in giro le stagnole? No, meglio andare sul sicuro e ammettere subito di aver dimenticato per ben due volte di recitare le preghiere della sera: una colpa forte, indiscutibile, passibile di giusta punizione, nonchè ottimo spunto per un'adeguata predica di carattere teologico-comportamentale da parte del sacerdote, predica che ascoltavo come in trance, convinta che il non capirne fino in fondo il senso fosse soltanto un'ulteriore prova del suo valore.

Infine, la penitenza di rito, consistente in un certo numero di Pater, Ave e Gloria da ripetere -uso mantra tantrico- per riportare la mia anima al dovuto candore: un po' come aggiungere lo sbiancante nella vaschetta di mezzo della lavatrice, magari unito all'anticalcare e ad una buona dose di ammorbidente...

Nessuno, all'epoca, poteva immaginare che qualcuno, circa 40 anni più tardi, avrebbe denominato confessionale il luogo televisivo deputato ai pettegolezzi, alle esternazioni e alle nominations di una banda di aspiranti tronisti e veline: ma chi può dire che il contenuto di tante -troppe- confessioni ecclesiatiche sia stato -e sia- meno sorprendente, sconcertante ed assurdo?

PS: lo confesso, sapere che seguivate i miei tentativi di rientrare in rete mi ha commosso. Per ora, con fatica, ci sono... Smack a tuuuuuutti!

9 commenti:

Solimano ha detto...

Roby, la mia esperienza, in quella fascia d'età, è stata analoga alla tua, solo che ero molto più peccaminoso di te.
Dopo i quindici anni ho fatto di meglio (o di peggio...): avevo un direttore spirituale, che era ben più di un confessore. Ci si parlava anche al di fuori della confessione. Dopo i vent'anni smisi, felicemente distratto da altre priorità.
Però occorre saper distinguere: è giusto che la confessione oggi sia in disuso, ma è giusto accorgersi di quanta bellezza è scaturita dalla fede vera nel mito cristiano. Il confessionale che hai inserito nel tuo post è una magnifica opera di ebanisteria, come tante arti minori nelle chiese, nate per esigenze di culto: acquasantiere, paliotti, cartaglorie, cancellate. Due chiese con magnifici confessionali sono San Michele in Bosco a Bologna (con le tarsie) e Sant'Alessandro a Milano.
Si può non credere in Dio, ma non si può non credere negli uomini e nelle donne che attraverso il mito cristiano si sono espressi nei secoli, con i dolori e le gioie, la loro vita vera.
Per cui trovo completamente ripugnante, vergognoso, il confessionale del Grande Fratello. Lo trovo peggio di uno squallido postribolo. Quando vedo tutti a parlar bene di Daria Bignardi, penso che sarà bella, sarà pure intelligente, ma ha fatto la confessora del Grande Fratello, felice di farlo, 'sto mestiere, che per me moralmente è peggio che battere per strada. I tempi sono questi, accorgiamocene.

grazie Roby e saludos
Solimano

mazapegul ha detto...

Ciao Roby. A me il cattolicesimo è stato insegnato per lopiù dalla nonna reazionaria: una fede fatta più di punizioni e pericoli, che di salvezza e premi. I miei erano catto-progressisti, ma -forse perchè s'era appena dopo il Concilio- non avevano un modo di trasmettere questo modo d'essere ai bambini. Così frequentai sempre di malavoglia le chiese, con l'incubo di un Dio che in ogni momento sapeva ciò che facevo, dicevo e persino pensavo.
Mi sarò confessato un paio di volte, in maniera assai convenzionale ("tanto Lui sa tutto comunque", pensavo).
Mi piace ritrovare -assieme alla vera fede d'un tempo- anche un vero racconto del confessionale, vivace come chi lo scrive e come devono essere gli anni dell'adolescenza.
Ciao, Maz

Giulia ha detto...

Mi hai fatto venire in mente tanti ricordi... Uno l'ho postato.
La confessione era ora vista come un incubo, ora vissuta come una liberazione. A volte mi capitava di pensare quando facevo qualcosa considerato "peccato": bè, poi tanto mi confesso...
Oggi hai ragione ci sono altri tipi di confessione...
Baci
Giulia

sabrinamanca ha detto...

Anche io come Maz ero perseguitata da Dio ma al contempo non sono mai riuscita a crederci e un giorno mi ricordo che glielo avevo pure detto - mi dispiace, Dio caro, ma non credo che tu esista - e poi avevo pensato, che scema, che lo dico a fare, tanto lui già lo sa!

Silvia ha detto...

Bentornata Signora:)

Post interessante che offre molti spunti di riflessione.
Da bambina fino alla cresima, ho vissuto la chiesa e tutti i suoi sacramenti con estremo rigore. Ero una vera timorata di Dio per cui temevo il castigo divino domenicale come la morte.
Poi non succedeva mai niente di eclatante, il tetto del confessionale non si squarciava, non entrava una luce accecante che poteva incenerirmi all'istante, non sentivo tremare il pavimento e nessun nuvolone portava il volto minaccioso di un Dio incavolato nero con me. (non sto parlando di Ufo robot). Insomma contavo per lui, quanto il due di coppe, quando briscola è bastoni o così a me sembrava. Per cui la confessione divenne via via una cosa noiosa in cui i peccati erano sempre uguali e la punizione pure.
Padre nostro e Ave Maria alternati a Atto di dolore, in quantità minime. ho provato ad inventare qualche peccato in più, ma poca cosa, non avevo tanta fantasia:) Ero una gran brava bambina alla fine della fiera. Poi la preparazione alla Cresima instillò in me il dubbio che qualcosa non funzionasse. Il prete non era sempre convincente nelle risposte e peggio fu, quando io, supporto all'insegnante di catechismo, non riuscii a dare risposte alle domande più "banali": ma Dio esiste?
Da allora non mi confesso più e non ne sento il bisogno.

Sabrina, sei troppo forte:)

annarita ha detto...

Tutti da piccoli abbiamo attraversato questa fase, cara Roby. Io abitavo a due passi dalla chiesa, era l'unico luogo in cui mia madre mi consentisse di arrivare da sola perché non c'erano strade da attraversare, ma per me c'era di peggio: i maschiacci dispettosi dell'oratorio che si divertivano un mondo a canzonarmi, adesso non rammento più perché. Il ricordo della chiesa in penombra e il prfumo di cera e di incenso sono ancora vivi. Allora credevo molto in Dio e nella chiesa che lo rappresentava in terra. Oggi credo ancora in lui, ma in un rapporto diretto e paritario, senza la mediazione di un tizio in tonaca nera che mi dica che in chiesa non c'è posto per me perché ho infranto il sacramento del matrimonio. Lui è convinto che il suddetto sacramento regga in piedi anche un rapporto che non esiste più, ridotto a un simulacro indegno. Annarita.

Solimano ha detto...

La crisi della confessione è cominciata molto tempo fa, con i referendum sul divorzio e sull'aborto. Il Vaticano si battè in prima linea e credeva di vincere, contando sulle confessioni abituali di milioni di donne. Ma su due argomenti del genere non si rendevano conto che le donne ragionavano in prima persona. E la crisi di credibilità fu diffusissima. A ciò si aggiunse che molti preti non ci stavano neppure loro a seguire i diktat da Roma, perché le situazioni vere le avevano di fronte ogni giorno.
Molti preti oggi si buttano sul sociale perché così si sentono utili, altrimenti, la parte del burocrate inascoltato sarebbe frustrante. I credenti vanno alla messa della domenica, ma poi fanno di testa loro. Una rivoluzione irreversibile, per questo puntano tutto sul problema mediatico e finanziario, appoggiando la parte politica che gli fa più concessioni. Li ho visti tutti e due questi mondi e la differenza è grande.
La confessione c'est fini, molti si comunicano senza più confessarsi.

saludos
Solimano

Habanera ha detto...

Roby, mi hai fatto tornare in mente Padre Guida.
Andavo a scuola dalle suore ed oltre alla messa obbligatoria ogni mattina, più qualche messa solenne in particolari circostanze, avevamo anche gli esercizi spirituali una volta l'anno. Per un 'intera settimana niente lezioni ordinarie, niente interrogazioni, compiti in classe e torture simili ma solo prediche, letture sacre e preghiera. Ci veniva consentito di passeggiare in giardino ma non potevamo parlare tra di noi: silenzio e meditazione, questi erano gli ordini tassativi.
La gioia di non dover studiare però era tale che nel complesso la prendevamo abbastanza bene.
Ma ci fu un anno in cui invece del solito vecchio (e noiosissimo) prete, arrivò come nostro direttore spirituale il bel Padre Guida. Fu una vera catastrofe. Successe quello che le suore mai avrebbero immaginato: ci innammorammo tutte istantaneamente di lui.
Era giovane, simpatico, bellissimo e noi ce lo mangiavamo letteralmente con gli occhi durante la predica. Però, siccome eravamo ragazzine timorate di Dio, sapendo di essere in peccato ogni giorno andavamo a confessarci. E chi era il nostro confessore? Lui, naturalmente. Non so se fosse più imbarazzato o divertito dalle nostre confessioni tutte uguali: "Padre, mi sono innamorata di lei" ma se la cavava bene, ci scherzava su senza farci sentire troppo in colpa e senza esagerare con il numero dei pater ave gloria.
Naturalmente l'anno dopo non tornò.
H.

Amfortas ha detto...

Io smisi definitivamente di confessarmi a 14 anni, per una circostanza strana.
Già a 12 mi ero accorto che accostandomi al confessionale non sentivo distintamente ciò che mi diceva il prete, ma per 2 anni ho taciuto, perché mi vergognavo.
Di cosa?
Di essere diventato sordo dalla destra, come complcanza del morbillo.
Perciò a ogni doamnda del prete rispondevo "Sì" e chissà cosa ho confessato, ma non doveva essere poco, almeno a giudicare dalle penitenze.
Lo so che sembra inventata 'sta cosa, ma è la verità.
Ciao :-)